domenica 25 febbraio 2018

KEYNES E MARX A CONFRONTO

[ 25 febbraio 2018 ]

Ci pare utile ripubblicare questa scheda apparsa su SOLLEVAZIONE nell'ottobre 2012.
Nella premessa scrivevamo che avendo con marxisti e keynesiani un nemico comune —il neoliberismo—, e il medesimo obbiettivo —la riconquista della sovranità nazionale, politica e monetaria e l'applicazione della Costituzione del 1948— essi dovrebbero fare fronte comune. Un'unità auspicabile la quale, tuttavia, non può cancellare le profonde differenze tra le analisi e le visioni di Marx e Keynes. 



*  *  *

KEYNES E MARX A CONFRONTO
La crisi capitalistica cause e soluzioni

di Moreno Pasquinelli


La teoria di Keynes...

La pretesa di molti scienziati è quella di considerarsi tali nella misura in cui essi pensano di spiegare i fatti così come sono, standosene alla larga dai giudizi di valore. Vogliono dirci che essi sono immuni da condizionamenti ideologici e culturali, che le loro asseverazioni sono estranee alla dispute sociali e politiche, al di sopra di ogni visione del mondo. Ovviamente non è vero, e Keynes non era tanto stolto dal pensarlo. Egli, malgrado avesse colto le "contraddizioni" profonde insite nel modo capitalistico borghese, non ha mai nascosto la sua predilezione per il sistema capitalistico, ne ha mai fatto mistero della sua avversione verso il marxismo e l’ideale socialista. Keynes si considerava anzi un medico la cui missione era appunto salvare un capitalismo affetto da malattie e "contraddizioni" congenite, per cui, se lasciato a se stesso, sarebbe anzi andato incontro alla morte. La differenza con Marx, che proponeva invece di fare leva su quelle contraddizioni per abolire il capitalismo e con esso l’economia fondata sulla merce, non può essere più evidente.

Questa differenza non attiene solo alla sfera politica dei fini: le malattie o contraddizioni congenite del capitalismo intraviste da Keynes non erano quelle individuate da Marx.

L’analisi di Keynes faceva perno su una premessa: che la devastante crisi del 1929 aveva definitivamente destituito di ogni fondamento una legge caposaldo degli economisti neoclassici, quella secondo cui (assunta la neutralità della moneta considerata solo mezzo di scambio) il mercato è sempre in grado di stabilire un equilibrio tra offerta e domanda sia di beni che di capitali. Secondo l’ortodossia liberista poi, eventuali perturbazioni momentanee, potevano dipendere solo da due fattori, o dalla mancanza di rigore monetario o dall’aumento eccessivo dei salari. Per essere ancora più precisi: per Keynes il mercato non assicurava né la piena occupazione né un’equa distribuzione della ricchezza.

Keynes non lo disse mai, lo diciamo noi, ma per superare le aporie dei neoclassici si appoggiò agli studi di Marx sul denaro, per il quale il denaro non fungeva solo da (1) parametro per misurare valori/prezzi e (2) come mezzo di circolazione: il denaro era anche (3) uno strumento di tesaurizzazione. Nei cicli di crisi economica e di attese di profitto decrescenti (crisi di sovrapproduzione, ma su questo torneremo più avanti), il denaro tende ad abbandonare la sfera della circolazione, ma non per avvizzire sotto il materasso, piuttosto per lievitare nella sfera della speculazione finanziaria.

In termini keynesiani: in un’economia capitalista di mercato non solo c’è alcuna certezza di equilibrio tra offerta e domanda di beni, non esiste alcuna garanzia che il risparmio accumulato ritorni nel mercato sotto forma d’investimenti, il che condetermina la crisi, la stagnazione, la disoccupazione e il crollo dei consumi. Ma la crisi giunge sempre dopo un periodo di boom, ovvero di crescita enorme dei redditi, la qual cosa accresce la quota di essi destinata alla risparmio (tesaurizzazione) invece che agli investimenti.

Visto che per Keynes le crisi capitalistiche sono sempre e solo crisi di sproporzione, come egli proponeva di superare lo squilibrio tra eccesso di offerta e insufficienza della domanda? Come immaginava di chiudere la forbice tra la massa 
di denaro accumulata che se ne sta ferma tesaurizzata e quella decrescente che si muove nel mercato dei capitali produttivi? Facendo leva su due fattori principali: sull’aumento della domanda dei beni di consumo e colpendo la tesaurizzazione (che Keynes chiama “preferenza per la liquidità”). Ma quali sono queste leve? Dal momento che il mercato non è capace da solo di trovare un equilibrio, occorre l’intervento di una forza esterna ad essi, ovvero l’autorità statuale titolare di facoltà d’indirizzo ma pure prescrittive. E dato che Keynes assume che il mercato sia diviso in quattro settori (mercato del lavoro, delle merci, dei capitali e della moneta) lo Stato, assodata la sua insindacabile sovranità politica, giuridica e monetaria, deve intervenire con azione sincronica e anticiclica in tutti e quattro.

In prima istanza lo Stato, per incoraggiare gli investimenti privati e creare nuova occupazione, dovrebbe seguire una politica monetaria flessibile, abbassando i tassi dell’interesse, disincentivando così la tesaurizzazione —o l’eccessivo accumulo di risparmi. In seconda battuta, ove questa decisione non fosse sufficiente, lo Stato dovrebbe adottare adeguate politiche fiscali con una imposizione progressiva, così che esso possa attuare una redistribuzione della ricchezza verso i redditi medio-bassi —che per Keynes hanno una più decisa propensione al consumo. Questa politica fiscale dovrebbe anzitutto penalizzare le rendite e la classe rentier dedita alla speculazione finanziaria parassitaria, premiando invece il capitale produttivo incoraggiandolo all’investimento. Infine Keynes proponeva che lo Stato varasse un ampio piano di lavori pubblici, da finanziare con una una politica di deficit spending, ovvero con l’emissione di prestiti (offrendo titoli di Stato ai propri cittadini) che avrebbero dovuto drenare i risparmi in eccesso (denaro tesaurizzato) e convertirli in investimenti creatori di occupazione e quindi di domanda, assorbendo dunque l’offerta in eccesso.

Questa, esposta in modo certamente schematico ma ci auguriamo obiettiva, la teoria economica di Keynes. Prima di passare al pensiero di Marx due sole considerazioni. La prima. Ognuno considererà la teoria di Keynes una “teoria di sinistra”. Ed essa infatti lo è, se consideriamo che la sinistra attuale tutta, non escluse le correnti cosiddette “antagoniste”, quando espongono le loro ricette anti-crisi, non fanno che riproporre, il più delle timidamente, le proposte dell’economista borghese inglese. Lo è se infine attribuiamo al sostantivo “sinistra” solo un generico significato descrittivo (senza nessuna qualificazione di classe si darebbe detto un tempo) ed allora tutto è “sinistra”, basta che si al di qua del limes del liberismo economico —per cui, se solo si fosse conseguenti, non solo settori illuminati di borghesia sono “di sinistra”, ma pure fascisti tutti di un pezzo o cattolici reazionari incalliti. La seconda. Occorrerà pur sfatare la leggenda che il capitalismo uscì dalla catastrofica crisi del ’29 grazie all’adozione delle terapie keynesiane. Esse in effetti vennero adottate, non solo negli USA col New Deal roosveltiano e in Gran Bretagna, ma pure nella Germania nazista e nell’Italia fascista (parli del diavolo e spuntano le corna). Ebbene la piena occupazione e la ripresa economica non ci furono né negli USA né in Gran Bretagna. Ci riuscì solo la Germania, grazie al colossale piano di spesa pubblica finalizzata al riarmo. Solo dopo la seconda grande guerra mondiale il capitalismo imboccò la via di un ciclo lungo di accumulazione e sviluppo e solo dopo le immani distruzioni di forze produttive le ricette keynesiane poterono dare dei risultati.

... e quella di Marx
Marx non nacque economista, ma filosofo della storia. Giunse a sistematici e impressionanti studi economici sul capitalismo moderno dopo la sua più importante e controversa scoperta teorica: il materialismo storico.

Il capitalismo è solo l’ultimo venuto nella processione dei diversi sistemi sociali e, come quelli che l’hanno preceduto, anch’esso è destinato a perire, lasciando il posto, dopo un periodo di convulsioni sociali, ad un sistema nuovo i cui elementi esso contiene in grembo. Occorre quindi: (1) riconoscere di ogni sistema sociale, le fasi di genesi, di sviluppo e di decadenza; (2) individuare le contraddizioni che ogni sistema sociale, nativamente, contiene, e con ciò le ragioni, se il caso le leggi, per cui un dato sistema sociale perisce; (3) identificare quindi le forze sociali rivoluzionarie che spezzano i vecchi rapporti sociali portatrici di un più avanzato sistema sociale e che sono destinate a prendere il sopravvento.

Il fatto che Marx abbia appoggiato la sua analisi del capitalismo su questa base fa dire agli economisti della cattedra che essa è priva di fondamento scientifico. Noi siamo di diversi avviso: riteniamo che l’economia politica possa assurgere al rango di scienza solo in quanto disciplina storico-economica. Marx criticò infatti gli economisti del suo tempo come ideologhi borghesi, in quanto anche loro partivano da una visione (falsa) della storia e del mondo, secondo cui il capitalismo sarebbe eterno e immutabile —la qual cosa li spingeva a compiere un’analisi normativa e superficiale che impediva di coglierne le più intime leggi di movimento del capitalismo. Questa critica marxiana, come ognuno comprende, la si può rivolgere anche a Keynes. Quest’ultimo, come detto, riconosceva alcune "contraddizioni" del modo capitalistico di produzione, ma come tutti gli economisti borghesi lo privava del suo carattere storico transuente. Di qui l’idea che le contraddizioni di cui esso è vittima fossero appianabili grazie all’intervento correttivo e terapeutico della pubblica autorità, dello Stato cioè, che egli pensava come ente neutrale e salvifico.

Marx la pensava diversamente, e non perché escludesse che in linea di principio lo Stato borghese, proprio in virtù del suo essere strumento della classe dominante nel suo insieme, non potesse svolgere un ruolo suo proprio, ovvero a difesa dell’ordinamento sistemico anche elevandosi sopra la lotta accanita tra le diverse frazioni del capitale. Egli riteneva che il modo capitalistico di produzione, di cui la borghesia è agente, soggiace ad almeno quattro leggi principali: (1) più le sue forze produttive si sviluppano e la concorrenza si fa implacabile, più i profitti sono destinati a scendere; (2) il modo di produzione capitalistico segue una traiettoria ciclica: ad ogni periodo di crescita segue uno di recessione, e quest’ultima è tanto più generale quanto più il boom è stato consistente; (3) il sistema può uscire dalla crisi generale solo in una maniera: distruggendo su ampia scala capitali e forze produttive in eccesso, con conseguenze sociali devastanti; (4) le crisi generali croniche precipitano il sistema sociale in periodi di esplosive convulsioni politiche, che possono sfociare in rivoluzioni, controrivoluzioni, guerre civili e guerre tra stati.

Queste quattro leggi fanno capo alla essenziale tendenza del capitalismo, quella di sfociare nelle crisi di sovrapproduzione [sulle crisi di sovrapproduzione vedi: La teoria marxista spiega questa crisi? e Alle origini del declino dell’Occidente], queste possono essere parziali oppure generali, coinvolgendo tutti i comparti e cronicizzarsi. 
E’ proprio quando l’economia incontra queste crisi generali che immani quantità di capitali e forze produttive debbono essere necessariamente distrutte, con conseguenze sociali catastrofiche, con la società che è sospinta indietro di decenni. Tuttavia è proprio grazie a queste crisi, che attengono alla fisiologia stessa del capitalismo, che esso può far ripartire un nuovo ciclo di crescita, destinato a sua volta e sfociare in una nuova crisi. Lo Stato della borghesia può solo mitigare gli effetti catastrofici delle crisi di sovrapproduzione, differirli nel tempo, non può mai essere risolutivo. In ultima istanza lo Stato non può che adeguarsi alle fisiologiche necessità della classe economicamente dominante e quindi, dentro la crisi generale, passare allo Stato d’eccezione per scaricare i costi della crisi sul lavoro salariato soffocando la sua spinta emancipatrice, e allo Stato di guerra per strappare spazi vitali a capitalismi concorrenti.

La storia, ci pare, confermi le analisi di Marx. I suoi detrattori invece lo negano, ricorrendo all’argomento che la sua previsione di un crollo certo del capitalismo è stata invalidata. In verità da nessuna parte Marx ha sostenuto che il capitalismo fosse destinato al crollo, se intendiamo per crollo un evento, o l’esito necessitato di un meccanismo automatico che avrebbe condotto alla sua dipartita. Questo crollo, come per altri sistemi storici, avrebbe invece potuto occupare un lungo periodo storico di convulsioni. E ove la classe oppressa si rivelasse incapace di prendere in mano le redini della società, la società potrebbe sprofondare in una barbarie con l’annientamento delle due principali classi in lotta.

Non pensate che Marx volesse consigliare alla borghesia eventuali terapie per venire a capo delle sue crisi generali. Egli era un rivoluzionario non solo perché avrebbe con disprezzo rifiutato questa consulenza, lo era perché, essendo andato alla radice del problema, che le crisi cicliche generali sono il risultato necessario del modo capitalistico di produzione, propose con forza (necessità contro necessità) il dovere di oltrepassare il capitalismo e di edificare sulle sue ceneri un sistema socialista. Cosa infatti ci avrebbe detto Marx davanti a questa nuova crisi generale? Ci avrebbe detto di non indugiare a cercare soluzione parziali e palliativi; ci avrebbe detto di organizzarci ed agire per farla finita una volta per sempre col capitalismo poiché, ammesso che esso possa uscire da questa crisi, ciò avverrebbe con costi sociali inusitati, anzitutto a spese del lavoro salariato e del popolo lavoratore, con la certezza che in un periodo più o meno breve ci sarebbe trovati da capo a dodici, alle prese con un’altra crisi devastante. Ci avrebbe detto di batterci per la sola alternativa pensabile: il socialismo.

Non dobbiamo farci ingannare dalle disquisizioni sofistiche: l’idea del socialismo è di una evidente semplicità, consiste nel fatto che la comunità dovrebbe sottoporre al proprio controllo politico e razionale, al pari delle altre sfere della vita associata, quella basilare, quella economica, finalizzandola al bene comune. Perché tanta insistenza sull’aspetto economico? Per la ragione che è la sfera economica che crea i mezzi per soddisfare la gran parte bisogni primari e vitali dell’uomo, senza realizzare i quali quelli spirituali e culturali sarebbero menomati.

Per realizzare questo controllo sociale, questo è il punto, occorre sottrarre i mezzi di produzione e di scambio dal dominio proprietario della classe capitalistica, che in quanto classe pensa anzitutto a fare i suoi propri egoistici interessi, facendo diventare i mezzi di produzione e di scambio proprietà sociale. 
Dunque statizzare l’economia e applicare una rigida pianificazione? Per niente. La statizzazione è solo una forma, la più verticale, di socializzazione. Tra la statizzazione verticistica, che farebbe della burocrazia statale un demiurgo autoritario, e la completa e orizzontale autogestione, possono esistere innumerevoli soluzioni mediane. E della stessa pianificazione economica, considerata con orrore dai liberisti, ne esistono svariate modalità. Lo stesso capitalismo, in barba alla “mano invisibile del mercato” conosce plurime forme di pianificazione —cos’altro è la politica economica keynesiana se non una pianificazione generale? Non solo lo Stato programma e pianifica le sue attività, e il governo “tecnico” (non a caso) di Mario Monti ne è una cristallina espressione: siccome lo Stato muove la metà circa del Pil italiano esso non solo pianifica fin nei minimi dettagli come reperire le entrare e aumentarle (ovvero come spennare scientificamente il popolo lavoratore graziando i possidenti di grandi capitali, anzitutto finanziari). Fanno altrettanto anche i grandi gruppi monopolistici, che infatti tendono a pianificare fin nei dettagli tutto il ciclo produttivo, dal reperimento delle materie prime alla commercializzazione del prodotto finito. Solo un’economia razionalmente pianificata può debellare la principale calamità che affligge il capitalismo: la sovrapproduzione, ovvero l’incalcolabile sperpero di risorse e di energie consistente nell’accumulare mezzi di produzione e beni (sotto forma di merci) che non solo si riveleranno inutili alla società e dovranno essere distrutti, ma che arrecano danni spesso irreversibili al nostro pianeta.

Che un giorno più o meno lontano possa realizzarsi un “socialismo perfetto”, questo lo decideranno le future generazioni. Questa generazione ha un compito forse più modesto ma decisivo: fare da battistrada, aprire la via al socialismo, sapendo che la rivoluzione sociale è sì una palingenesi ma non una catarsi, che la rivoluzione è pur sempre un processo, fatto di fasi e momenti. Sapendo che occorrerà passare per tappe successive, ognuna concatenata all’altra, ma il cui primo atto è necessariamente strappare, per mezzo della sollevazione del popolo lavoratore, il potere politico statale dalle mani della classe oggi dominante, ovvero dei suoi settori più oltranzisti e liberisti. Solo disponendo di questa leva sarà infatti possibile attuare le grandi e le piccole trasformazioni per una società liberata dalla catene del capitale e per una vita degna di questo nome, non solo per pochi privilegiati, ma per tutti.

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sabato 24 febbraio 2018

COSCIENZA DI CLASSE, COSCIENZA NAZIONALE

[ 24 ottobre 2017 ]

Scriveva l'altro ieri un nostro lettore commentando il nostro articolo PaP: ENZA POPOLO NÉ POTERE:

«A me che sono un lavoratore dipendente tutte quante le forze politiche che hanno velleità "progressiste" mi sembrano come un idraulico che viene a riparare un guasto senza la cassetta degli attrezzi. 
Senza gli strumenti di politica monetaria, fiscale, industriale ora in mano alla commissione europea, qualsiasi politica di spesa pubblica porta all' aumento delle importazioni dai paesi egemoni della UE, saldi negativi delle partite correnti e ripartenza del debito privato. 
Un atteggiamento collaborativo dei Paesi creditori del nord, attraverso un innalzamento delle quote salari tedesche, francesi, olandesi che permetta di rientrare del debito estero i paesi del sud Europa non c'è stato e non ci sarà perché lo scopo dei creditori è l'acquisizione a prezzi stracciati di tutto ciò che abbia valore nei Paesi debitori.

Successe quasi 30 anni fa con la DDR, sta succedendo con la Grecia, succederà anche da noi a meno che ...
 
Stiamo diventando una nazionalità oppressa e  l'internazionalismo è sempre stato sostenere le lotte delle nazionalità oppresse, come compresi 45 anni fa quando cominciai a radicalizzarmi andando alle manifestazioni a sostegno del Vietnam. 
Ora tocca a noi essere la nazionalità oppressa (per noi intendo tutti gli abitanti dell'Italia compresi coloro che l' hanno scelta e che vivono, lottano e soffrono qui. 
SOSTENIAMOCI!»

NON ABBIAMO NIENTE DA AGGIUNGERE, PROPRIO NIENTE.

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venerdì 23 febbraio 2018

LA GUERRA DEL DEBITO: LA TREGUA É FINITA

[ 23 febbraio 2018 ]

«L'eurocrazia, che non perde occasione per esternare i suoi minacciosi desiderata, presenterà presto il conto e chiederà politiche di bilancio severissime per diminuire il debito pubblico. Ridurre ad ogni costo il debito pubblico, sin dalla prossima Finanziaria, altrimenti chiunque governi farà la fine dell'ultimo governo Berlusconi. Il debito pubblico italiano, questo sarà il fronte della guerra che s'annuncia».

Avrete saputo ciò che ha detto ieri il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker:
«C'è un inizio di marzo molto importante per l'Ue. C'è il referendum Spd in Germania e le elezioni italiane, e sono più preoccupato per l'esito delle elezioni italiane che per il risultato del referendum dell'Spd... l'Unione si deve preparare allo scenario peggiore, cioè un Governo non operativo in Italia».

Se è bastata questa frasetta per far tremare la borsa di Milano e causare una piccola impennata dello spread, cosa potrà succedere quando saranno resi noti i risultati elettorali? E' sempre Juncker a dircelo: 
"E' possibile una forte reazione dei mercati nella seconda metà di marzo, noi ci prepariamo a questo scenario».
Ecco spiegata l'ingerenza sfrontata di Juncker. Abbiamo a che fare, al contempo, con una minaccia lanciata agli italiani che andranno al voto —pensateci bene prima di mettere la crocetta che se vi sbagliate ve ne faremo pentire—, e con un ricatto verso le forze politiche, anzitutto verso i loro capibastone —che sappiano che sono sotto tiro, che non si mettano strane idee in testa, tipo deragliare dal percorso di rientro dal debito e delle "riforme", come prevede il Fiscal compact.

Pesce-lesso-Gentiloni (alias moviola) ha subito precisato: «Tranquillizzero Juncker. Gli italiani vogliono continuità... i governi tra l'altro sono tutti operativi, i governi governano». Ospite ieri a “Porta a Porta” ha aggiunto: «Non sono d'accordo che queste elezioni saranno un salto nel buio certo sarà importante che forze più affidabili, e dal mio punto vista innanzitutto il centrosinistra, abbiano un ruolo fondamentale per non buttare via i risultati raggiunti».

Sorge il sospetto (era nell'agenda che Gentiloni e Juncker si incontrassero proprio oggi a Bruxelles) che quello tra i due sia un gioco delle parti. Se ci pensate, infatti, la sortita di Juncker è un peloso endorsement verso il Partito democratico, verso Gentiloni in particolare, considerati a Bruxelles i più affidabili scudieri dell'oligarchia eurista.

Ma sì, certo che è così, per questo tra tutte le sorprese che potranno uscire dalle urne, quella peggiore per l'eurocrazia sarebbe una débâcle del Pd. Infatti è vero che solo una tenuta del Pd renderà possibile un governo (del Presidente, di larghe intese, di scopo) che possa reggersi in piedi ed evitare il ritorno alle urne ed assicurare che Roma rispetti i diktat europei. 

Dice: ma come, in Germania sono passati cinque mesi dalle elezioni e ancora non riescono a mettere su un governo e ancor prima del voto si fa tutto sto casino? Già ma l'Italia non è la Germania, era e resta l'anello debole, ma quello decisivo della fragile catena europea. Se salta questo anello salta tutta la baracca. Detto questo Piemme, il 12 febbraio scorso indicava, assieme alla posta in palio, il motivo con cui, dopo una tregua durata quattro anni, l'eurocrazia scatenerà la prossima offensiva contro il popolo italiano:
«L'eurocrazia, che non perde occasione per esternare i suoi minacciosi desiderata, presenterà presto il conto e chiederà politiche di bilancio severissime per diminuire il debito pubblico. Ridurre ad ogni costo il debito pubblico, sin dalla prossima Finanziaria, altrimenti chiunque governi farà la fine dell'ultimo governo Berlusconi. Il debito pubblico italiano, questo sarà il fronte della guerra che s'annuncia. Che nessuno che corra alle elezioni ve lo dica, che nessuno nemmeno alluda al rischio di un nuovo golpe col rischio che l'Italia si ritrovi precipitata in un regime di protettorato carolingio, rafforza il carattere farsesco delle prossime elezioni.
Un anno e mezzo fa, in un articolo dal titolo DOPO RENZI LA TROIKA? La resa dei conti si avvicina, scrivevo a futura memoria:
«Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica».
Il nemico bussa alle porte del'Italia. Chi difenderà il Paese nella guerra del debito? Chi se non il popolo? Un fatto è certo, le élite neoliberiste nostrane staranno dall'altra parte della barricata».

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giovedì 22 febbraio 2018

PaP: SENZA POPOLO NÉ POTERE

[ 22 febbraio 2018 ]


Come si addice agli assassini, riandiamo sul luogo del delitto. Parliamo della lista Potere al Popolo

Dopo aver spiegato in almeno quattro occasioni le ragioni del nostro dissenso programmatico —il 4 dicembre: JE SO' PAZZO: L'ESERCITO DEI SOGNATORI; il 20 dicembre "POTERE AL POPOLO"... QUALE POPOLO?; il 10 gennaio: POTERE AL POPOLO: DÉJÀ VU, O QUASI, infine il 25 gennaio VERSO LE ELEZIONI, SCHEDA 4: POTERE AL POPOLO —, vi chiederete perché ci torniamo su? 

E' presto detto, perché più ci avviciniamo al 4 marzo, più Potere al Popolo esibisce cosa davvero è, più la nostra distanza politica aumenta. In particolare dobbiamo segnalare quanto va dicendo Viola Carofalo, che non è una qualunque ma, appunto, la "capessa politica".

Prendete l'intervista concessa dalla "capessa" il 20 febbraio a Vanity Fair. Sorvoliamo sulle amenità ed gli stucchevoli luoghi comuni di sinistra. Alla domanda secca, cruciale: "Perché un elettore dovrebbe votarvi?"; la risposta è sintomatica: «Perché abbiamo gli stessi problemi». Un condensato di populismo demagogico, un anti-élitismo di bassa lega. Oltre a ricordare che la farsa elettorale è piena zeppa di politicanti che pigliano per il culo i cittadini dicendogli "abbiamo i vostri stessi problemi", vorremmo dire alla Carofalo che ciò che qualifica una forza politica è la soluzione che da dei problemi, non i problemi stessi.

E, a proposito di soluzioni, è da sottolineare quanto la "capessa" afferma in un' intervista calda calda rilasciata a Micromega.  L'intervistatore, Giacomo Russo Spena, pur in modo ruffiano, le fa due domande importanti, le risposte sono programmatiche.
D. «Nel programma parlate di “rompere l’Unione Europea dei trattati”. Che intendete? La dicitura è alquanto ambigua. Ad esempio, siete pro o contro l’euro?
R. Dobbiamo lavorare su due livelli: un Plan A e un Plan B. Non siamo contrari all’Europa in senso nazionalista, ma l’Unione Europea così com’è non va bene. È da riformare perché con la gabbia dell’austerity e coi vincoli del pareggio di bilancio, in questi anni, ci hanno imposto soltanto smantellamento dello Stato sociale, tagli a servizi, sanità, scuola, pensioni e compressione dei diritti sul lavoro. La risposta non sta nell’inseguire le destre né nell’abbracciare il concetto di sovranità nazionale – sono e resto internazionalista – ma nella costruzione di un’Europa che dia diritti ed opportunità alle classi popolari. Questo è il piano A. Ma se si scoprisse che questi trattati non sono riformabili dall’interno, o che non ci siano i rapporti di forza per farlo, guardiamo con interesse ad un piano B. Non moriremo per l’Europa, siamo disposti anche a rompere con essa.
D. E in cosa consisterebbe questo piano B? Il ritorno alla patria?
R. Non ci interessa la sovranità nazionale, quella è un feticcio, ma un’unione con gli altri Paesi del Sud Europa, in difficoltà come l’Italia, coinvolgendo anche gli Stati del Nord Africa. Un’Europa del Mediterraneo – popolare e solidale – contro la locomotiva tedesca».
La Carofalo non poteva esprimere meglio di come ha fatto uno dei collanti politici che tiene assieme i diversi cocci della sinistra poterepopulista. Non rottura e uscita dalla Ue ma ancora la barzelletta, comune a un po' tutte le forze politiche, della sua "riforma". Se poi non si riforma allora "piano B". Quale? Vattelapesca! Un unico concetto luccica nella notte fonda di questo fantomatico "Piano B": giammai la sovranità nazionale, perché sarebbe nazionalismo di destra, piuttosto l'unione dell'Europa del Sud assieme al Nord Africa — abbiamo spiegato l'aleatorietà di questa Unione del Sud, butta lì alla bene e meglio come contentino ad Eurostop. [1]

Quanto afferma la Carofalo, siccome non poteva esprimere meglio il profilo politico antinazionale (ergo anti-popolare) e cosmopolitico (non lo confondiamo, abbiate pietà di noi, con l'internazionalismo) di questa lista, speriamo aiuti i compagni che ci criticano a capire perché non siamo saliti a bordo della scialuppa poterepopulista.

Speriamo poi di poter soffermarci su quello che a noi pare l'elemento identitario più  devastante di questa lista, la concezione dei diritti LGBT*QIA+[2]

NOTE

[1]  
Leonardo Mazzei, LA SINISTRA E L'EURO: IDEE POCHE MA CONFUSE. Una critica alla tesi dell'euro del SudMoreno Pasquinelli, EUREXIT: UNA CRITICA DELLA RETE DEI COMUNISTI

[2] «LGBT*QIA+ sta come acronimo per persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans o non binarie (*), Queer, Intersessuali, Asessuali; il + finale sta a indicare l’apertura verso qualsiasi altra autodefinizione in relazione alla propria identità di genere e/o orientamento sessuale».



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mercoledì 21 febbraio 2018

ALLARMI SON FASCISTI di Piemme

[ 21 febbraio 2018 ]

C'era da aspettarselo che il miserabile misfatto di Macerata innescasse una spirale di scontri tra neofascisti e antifascisti. Ecco dunque i pestaggi incrociati di Palermo e Perugia. Se essi occupano le prime pagine dei mass media non è un caso. 

Non c'è di mezzo solo la  compulsione ossessiva dei media per la cronaca nera (che com'è noto è uno stratagemma per aumentare vendite e ascolti). 

E' che il regime neoliberista, di cui i media mainstream rappresentano le falangi della sua egemonia ideologica, ha bisogno, tanto più alle porte delle elezioni, di inculcare nella testa dei cittadini la sensazione che fuori dal perimetro sistemico c'è il salto nel buio, nella fattispecie il timore degli estremismi, tanto più se opposti.

Lo si vide negli anni '70 quanto il mantra degli "opposti estremismi" fosse stato funzionale alla strategia della tensione e quindi di conservazione delle classi dominanti. Ma se allora si trattò di una tragedia, ora essa si ripete come farsa. Una farsa orchestrata dentro la quale, ahinoi, certa sinistra radicale ha deciso di far parte come protagonista, contribuendo così al depistaggio ideologico di massa.

E' vero che il liberismo agonizzante abbia in pancia, mutatis mutandis, il pericolo di una rinascita dei fascismi. Ed è quindi necessario che le forze democratiche e rivoluzionarie debbano stare in guardia. Ma fare qui e ora dell'antifascismo non solo un discorso ma una pratica prioritaria, come abbiamo provato a spiegare, è un enorme errore politico.

Sono forse le formazione neofasciste, oggi giorno, il nemico principale? No, non lo sono. Sono nemici secondari che dobbiamo contrastare sfidandoli sul terreno dell'egemonia politica, sociale e culturale; diventando noi i campioni della lotta contro il nemico principale, il sistema neoliberista, i suoi meccanismi ed i suo fantocci politici.

Invece, partecipando alla commedia dell'antifascismo, oggi come oggi, in assenza di una vera minaccia fascista, si rischia diventare funzionali al sistema neoliberista e globalista, di apparire come un'ala radicale delle élite liberali.

Il diritto all'autodifesa, in caso di aggressioni fasciste o di regime, è sacrosanto in ogni circostanza, ma non in ogni circostanza è legittimo —come invece postula un certo "antifascismo militante"— usare l'aggressione e l'attacco preventivo come pratica politica.

Non si deve abbracciare il pacifismo per capire che la violenza politica occorre maneggiarla con cura, che se usata nei modi sbagliati e nelle situazioni sbagliate è un fatale boomerang. La ragione mi pare  semplice: il passaggio dallo scontro verbale a quello fisico, in una situazione di pace sociale e di letargia delle masse, è un salto enorme, oserei dire qualitativo. Quindi una pratica politicamente suicida.

Mao Zedong, cito a memoria, mi pare disse: «La politica è guerra senza spargimento di sangue mentre la guerra è politica con spargimento di sangue». 

Chi oggi ritiene sia giusto, passare alla "politica con spargimento di sangue" è un imbecille o, peggio, un provocatore.



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MASANIELLO D'EUROPA...

[ 21 febbraio 2018 ]

Sulla controversa figura di De Magistris giorni addietro abbiamo pubblicato l'opinione di Paolo Gerbaudo, che alcuni han considerato un po' troppo indulgente. A dicembre, recensendo il libro “Demacrazia”, era a sua volta intervenuto Carlo Formenti

Cosa ha davvero in testa De Magistris?
Lo spiega a chiare lettere in un'intervista a Micromega.

Egli scopre le carte e annuncia che la sua creatura politica DemA darà vita, in vista delle elezioni europee dell'anno prossimo, ad una lista insieme a Diem25 di Yannis Varoufakis. Sì, proprio il paladino degli Stati Uniti d'Europa, a tal punto nemico degli stati nazionali da "bisticciare" con  Stefano Fassina. 

Della partita elettorale europea, sostiene il sindaco, faranno certamente parte altri pezzi della sinistra "e dei movimenti". A chi si riferisce? Anzitutto ai rimasugli dell'Altra Europa con Tsipras, quindi a tutta la sinistra antinazionale ed europeista. E per quanto concerne le elezioni del 5 marzo? Il Nostro voterà per Potere al Popolo —malelingue napoletane giurano che dietro al PaP c'è proprio lui, che  i "suoi" ragazzi avrebbe spinto ad andare in avanscoperta.

Che dire? va bene recuperare il populismo, ma Masaniello no per favore!




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