martedì 31 maggio 2016

PEGGIO IL PD O CASA POUND? di Stefano Azzarà

[ 31 maggio ]


Comparse in un film altrui...

Il PD e SEL, la Sinistra Imperiale e quella Impannellata, sono assai più a destra di Casa Pound. Se a Roma come in ogni altra città possono manifestare il PD e SEL, non si capisce perché non possa manifestare Casa Pound.

Quando la sinistra radicale cercherà di impedire le manifestazioni del PD e butterà quelli di SEL fuori dai cortei, invece di allearcisi alle elezioni e governare assieme appena possibile, allora ritroverà la legittimità per contestare Casa Pound. Prima, no.


E' ora di ridefinire la geografia politica, se non vogliamo che le categorie di destra e sinistra divengano davvero obsolete come vorrebbero i liberali e i populisti.

E allora bisogna dire una volta per tutte che è successa proprio questa cosa qua: chi sostiene le guerre umanitarie, chi incarna il sovversivismo delle classi dirigenti ed è il primo fautore del dominio neoliberale, ha scavalcato nettamente all'estrema destra persino coloro che si richiamano all'esperienza fascista.

Ovviamente, poiché la teoria del male minore non funziona, non è questo un buon motivo per fare strada assieme, secondo le teorie del Mito Transpolitico: con Casa Pound, che non nasconde la sua collocazione storica e le sue odiose posizioni - in primo luogo la sua negazione del concetto universale di uomo - acerrimi nemici siamo e acerrimi nemici rimarremo.

Ma a maggior ragione, ancora superiore deve essere in questa fase la distanza rispetto al PD e a SEL. Altrimenti significa che in nome di un finto antifascismo che è diventato in realtà antitotalitarismo, continuiamo a fare le comparse folcloristiche in un film altrui e a tener bordone. E a svuotare per primi e dall'interno l'idea stessa di sinistra.

Se un solco invalicabile ci dividerà per sempre da Casa Pound, sino a renderci nuovamente nemici assoluti se un giorno ce ne saranno le condizioni, un solco ancora più profondo ci divida da chi è ancora più a destra e assai più pericoloso.

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MENO TRENTA: 2-3 luglio 2016, ASSEMBLEA NAZIONALE di PROGRAMMA 101

[ 31 maggio]

«Il mio stato d'animo sintetizza questi due sentimenti e li supera: sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà». 
ANTONIO GRAMSCI

All'Assemblea si partecipa su invito.

Per informazioni: 
scrivi a: appello@programma101.org 
o telefona al 3477815904 (Leonardo) 
Oppure vai al sito di Programma 101


Programma dei lavori


Crisi sistemica, sollevazione popolare, rivoluzione democratica
Relatori: Norberto Fragiacomo e Moreno Pasquinelli

E’ una crisi senza fine. L’avevamo detto subito che, data la sua natura sistemica, quella scoppiata nel 2008 non sarebbe stata una crisi come le altre. Le classi dominanti, specie in Europa, non hanno alcuna ricetta per uscirne se non perseguire politiche neoliberiste e antipopolari che aggravano il marasma.
Ma così non può continuare. Questa consapevolezza è forte nei più ampi strati popolari, ma c’è un nemico: il pessimismo, la rassegnazione, l’idea che in futuro andrà ancora peggio. Nei settori più politicizzati c’è un altro nemico: l’idea che il popolo non sia più capace di ribellarsi, di riprendersi la sovranità che gli spetta.



Non bisogna basare la politica sull’umore dei cittadini, mutevoli per loro natura, ma sulle condizioni oggettive. Da questa crisi generale, volenti o nolenti, si uscirà solo con svolte radicali, che cambieranno a fondo l’Italia e l’Europa.
Una rivoluzione democratica non è solo necessaria, è possibile. In caso contrario le classi dominanti tenteranno di trasformare in vere e proprie dittature gli attuali regimi oligarchici.
Quanto è realistica questa nostra visione? A quali condizioni una sollevazione popolare potrà vincere? Quali gli ostacoli da superare? Quali le forze protagoniste? Queste le domande alle quali i relatori, ed il successivo dibattito, cercheranno di dare una risposta.

Il nuovo soggetto politico e la questione del populismo
Relatori: Manolo Monereo e Diego Melegari


Un nuovo fantasma si aggira per l’Europa: il "populismo". Ogni movimento, ogni forza politica che osa opporsi al regime ed al pensiero unico delle oligarchie viene etichettato come populista. Ma cos’è il populismo?
Dal punto di vista teorico, ormai non siamo più soli a sostenere che ci si debba confrontare seriamente con questa categoria. Ma è dal punto di vista pratico che la questione ha un’importanza capitale. Oggi, in un certo senso, l’intera lotta politica, e la stessa lotta di classe, sembrano svolgersi dentro il “campo da gioco” del populismo.
Vi è dunque un populismo dei dominanti (si pensi a Renzi), ed un populismo dei dominati. Se per il potere il populismo è una necessità dovuta alla straordinaria crisi di consenso di cui soffre, per le classi popolari esso può essere, dopo il tracollo verticale delle tradizionali organizzazioni politiche e sindacali, lo strumento della riscossa.
Occorre perciò attrezzarsi per combattere la battaglia su questo terreno. Da ciò derivano conseguenze assai rilevanti sul tipo di soggetto politico da costruire, sulle rotture teoriche da operare, sulle modalità dell’azione politica, su modi e linguaggi utili a veicolare il nuovo messaggio politico, sociale ed anche ideale.

CLN: alleanze e idee per la liberazione dalla gabbia europea
Relatori: Ugo Boghetta e Marco Mori

Se lo scontro si farà davvero duro come pensiamo, l’esigenza di costruire un fronte ampio non sarà solo nostra. Da tempo parliamo, e non solo noi, della necessità di costruire una sorta di CLN. Ma un vero Comitato di Liberazione Nazionale potrà sorgere solo nel vivo della lotta.
Ora è il momento di porsi in concreto tre questioni: quali le idee-forza in grado di mobilitare i più ampi settori popolari per arrivare all’uscita dalla gabbia europea? Quali forze sociali e politiche saranno spinte a coalizzarsi contro il nemico comune? Cosa fare già oggi affinché prenda forma domani il fronte ampio della liberazione?

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UNIONI CIVILI ED UNIONE EUROPEA: OVVERO LA FONDAMENTALE DIFFERENZA TRA LIBERALISMO E LIBERISMO di Domenico Rondoni*

[ 31 maggio ]

* Domenico Rondoni è un attivista della Me-Mmt

«L’organizzazione è indispensabile, perché la libertà sorge e acquista senso solo dentro una comunità che sappia regolarsi da sé, composta da individui liberi e cooperanti. Ma l’organizzazione, seppur indispensabile, può anche essere letale. L’eccessiva organizzazione trasforma gli uomini in automi, soffoca lo spirito creativo, toglie ogni possibilità di liberazione.
Come sempre, la via di mezzo è quella sicura: fra l’estremo del laissez-faire da una parte e il controllo totale dall’altra».   
Aldous Huxley – Ritorno al Mondo Nuovo (1958)

«Il liberismo è un concetto inferiore e subordinato a quello di liberalismo. E in Italia si può essere liberali senza essere liberisti».   
Benedetto Croce

Si parla tanto in questi giorni dell'argomento unioni civili. 
Se ne parla così tanto che l'argomento crisi economica e disoccupazione è passato quasi totalmente in secondo piano in quasi tutti i media nazionali. 
Tuttavia credo che anche il dibattito sulle unioni civili possa essere utile per capire qualcosa in più di economia, sopratutto in relazione al periodo storico che stiamo vivendo. Ed in questo articolo cercherò di spiegare perchè. 
Ma prima, per comprendere e valutare a pieno questi argomenti, credo sia fondamentale partire dalle basi e dal significato di alcuni termini, in particolare dagli importantissimi concetti di liberalismo e liberismo.

Il virgolettato seguente è preso da Wikipedia:

«Il liberalismo è un insieme di dottrine, definite in tempi e luoghi diversi durante l'età moderna e contemporanea, che pongono precisi limiti al potere e all'intervento dello stato, al fine di proteggere i diritti naturali, di salvaguardare i diritti di libertà (orientamento religioso, sessuale, politico, etc etc n.d.a) e, di conseguenza, promuovere l'autonomia creativa dell'individuo oltre che la sua indipendenza politica».

«Per liberismo si intende, essenzialmente, la libertà economica, ossia la libertà del mercato, della concorrenza fra industrie, aziende, semplici lavoratori, in qualsiasi condizione storica, geografica, sociale. 
Padri nobili del liberismo sono i liberali alla Adam Smith, tutti coloro che fra Settecento e Ottocento propugnarono, contro i privilegi della nobiltà, dell'alto clero, dell'antico regime, la libera iniziativa economica». 

«Solo la lingua italiana pone una distinzione tra liberalismo e liberismo: mentre il primo è una teorizzazione politica e sociale, il secondo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello Stato dall'economia: perciò un'economia liberista pura è un'economia di mercato non temperata da interventi esterni.
La lingua francese parla di libéralisme politique e libéralisme économique (quest'ultimo chiamato anche laissez-faire, letteralmente lasciate fare), lo spagnolo di liberalismo social e liberalismo económico. 
La lingua inglese parla di free trade (libero commercio) ma usa il termine liberalism anche per riferirsi al liberismo economico. 
Neo-liberalism (in italiano neoliberismo) è il termine usato dagli oppositori del liberismo per indicare la politica sostenuta da Margaret Thatcher e Ronald Reagan. 
Sebbene i neoliberisti si proclamino talvolta i veri eredi del liberalismo classico molti hanno contestato questa pretesa e ritengono (ed a mio parere a ragione n.d.a.) che i neoliberisti possano piuttosto essere collocati tra i conservatori (al Partito Conservatore inglese apparteneva infatti la Thatcher)».


Tornando all'attuale periodo storico, è bene notare come il MinCulPop di stampo europeista proponga sempre di più all'opinione pubblica il paradigma dell'Unione Europea come baluardo dei diritti civili e delle libertà individuali: “L'Europa dei Popoli e delle Libertà” si sente spesso affermare. 
Basta ricordare i contenuti degli spot di qualche tempo fa intercalati dal tormentone “Perchè di Europa si deve parlare.. DLIN!” Ricordate?

Questa presentazione dell'Europa come baluardo delle libertà individuali era in realtà rilevabile fin dalle origini del processo di integrazione europea, e prendeva principalmente spunto dalle società civili dei paesi “core” della UE (Benelux, Francia, Germania) dove la legislazione stava già accogliendo e regolamentando le richieste di alcune minoranze che si sentivano discriminate. 

La mirata operazione di manipolazione culturale ha inizio laddove all'interno di tale difesa dei diritti individuali ci si è inserito forzatamente, ed in maniera assolutamente non disinteressata, il concetto di libertà economica, considerandola anch'essa come una delle fondamentali libertà individuali, e portandola all'estremo limite di ridurre all'osso il fondamentale ruolo dello Stato. Con tutto il disastro che ne è conseguito dagli anni '80 in poi.

Tenendo in mente i concetti appena descritti di liberalismo e liberismo, risulta quanto mai evidente quanto questa operazione mediatica e culturale sia meschina ed intellettualmente disonesta.
Infatti il Minculpop europeista gioca furbescamente sul doppio binario della libertà individuale secondo il diritto naturale e della libertà economica secondo il liberismo classico. 
La differenza è sostanziale, ed il neoliberismo, versione moderna e perversa del liberismo, si alimenta molto grazie a questo equivoco sapientemente cavalcato.

Per capire quanto questo accostamento sia del tutto fuori luogo, tanto dal punto di vista filosofico-concettuale quanto dal punto di vista storico, basti ricordare che lo stesso Beveridge, autore del famoso Piano Beveridge, considerato il fondatore del welfare moderno, fosse un convinto liberale non socialista.
I punti fondamentali del suo piano erano la lotta alla povertà, disoccupazione, ignoranza, malattie. 
E proprio lui, ripeto liberale non socialista, individuava nello stato moderno il soggetto che doveva farsi carico di questa missione, attraverso una sanità pubblica, un sistema pensionistico equo, istruzione pubblica e il perseguimento della piena occupazione. 

Le libertà individuali sono delle conquiste che la società moderna sta gradatamente facendo, e vanno perseguite, ampliate e ove necessario regolamentate. 
Ed ogni collettività che ha il potere di esercitare l'attività democratica dovrebbe avere la possibilità di decidere se e come regolamentare tali libertà individuali. 

Ma la macroeconomia, quella seria e lontana da interessi economici di parte, ci insegna che nel momento in cui il cittadino opera come soggetto economico all'interno delle società moderne, egli dovrebbe essere consapevole del fatto che l'economia moderna è innanzitutto una  disciplina SISTEMICA, e il raggiungimento del suo benessere non potrà mai prescindere dalla corretta gestione della politica economica. 

In quest'ottica uno Stato che interviene bene in una economia mista pubblico-privato, indirizzando l'allocazione di risorse e garantendo il welfare, crea in realtà i presupposti per un maggiore benessere diffuso, e quindi non provoca un restringimento bensì un ampliamento delle libertà e delle potenzialità individuali.
Il liberalismo può contenere in sé una parte di liberismo. Ma non può e non deve appiattirsi sul liberismo stesso. Vi possono essere momenti della storia in cui il liberalismo, cioè l'affermazione e la difesa delle libertà individuali, passa proprio per la limitazione del potere del libero mercato.
E questo è uno di questi periodi storici.

Per concludere vi riporto un dibattito che mi è capitato di avere in rete con una persona che si dichiarava di scuola economica austriaca (si vedano Von Hayek et al.). 
Dopo qualche scambio di opinioni abbastanza acceso, in cui lui continuava a ripetere che lo Stato è cattivo perchè limita le libertà individuali, gli pongo la seguente domanda secca: 
«fammi capire, un ragazzo disabile che nasce in una famiglia disagiata, come vivrebbe nel vostro sistema?» 
E la sua testuale risposta è stata: «grazie a qualche benefattore che si prende a cuore il suo destino» (Sic..)

Ecco svelati i diritti che l' “Europa dei Popoli e delle Libertà” fondata sulle dottrine neoliberiste garantirà alle future generazioni. 
Indipendemente da condizione sociale, orientamento religioso, orientamento sessuale o politico, nelle future generazioni tutti i cittadini europei saranno uguali ed avranno lo stesso diritto. 
Il diritto di mendicare per la sopravvivenza.



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lunedì 30 maggio 2016

IL SESSO, IL CESSO... E LA POLITICA di Slavoj Žižek

[ 30 maggio ]


«Il 29 marzo 2016, un gruppo di ottanta dirigenti d’azienda, provenienti per lo più dalla Silicon valley e capitanati da due amministratori delegati, Mark Zuckerberg di Facebook e Tim Cook della Apple, hanno firmato una lettera al governatore del North Carolina Pat McCrory per denunciare una legge che obbliga i transgender a usare i bagni pubblici sulla base del sesso registrato alla nascita invece che in base all’identità di genere. Un transgender dovrebbe farsi cambiare legalmente il sesso sul certificato di nascita per usare i servizi del genere in cui s’identifica.
«Siamo delusi dalla sua decisione di firmare questa norma discriminatoria rendendola legge”, dice la lettera. “La comunità imprenditoriale, nel suo insieme, ha coerentemente informato i legislatori ad ogni livello che norme simili sono negative per i nostri dipendenti e per le aziende».
Perciò la posizione del grande capitale è chiara.

Tim Cook può facilmente dimenticarsi delle centinaia di migliaia di lavoratori della Foxconn in Cina che montano i prodotti Apple in condizioni di quasi schiavitù.
Uno stabilimento della Foxconn 


Ha fatto il suo bel gesto di solidarietà con gli svantaggiati, chiedendo l’abolizione della segregazione di genere.

Come spesso succede, la grande impresa ha sposato orgogliosamente la teoria del politicamente corretto.

Il transessualismo riguarda gli individui che vivono una contraddizione tra la loro identità di genere, o espressione di genere, e il sesso di nascita. Pertanto è un termine generale perché, oltre a includere uomini trans e donne trans che s’identificano con il sesso opposto a quello di nascita (specificamente chiamati transessuali se desiderano assistenza medica per la transizione), può comprendere persone genderqueer (le cui identità di genere non sono esclusivamente maschili o femminili, e che possono essere, per esempio, bigender, pangender, genderfluid o agender).

Genderqueer, detto anche genere non binario, può riferirsi a una o più delle definizioni seguenti: avere una sovrapposizione d’identità di genere o confini indefiniti tra i generi; avere due o più generi (essere bigender, trigender o pangender); non avere genere (essere agender, nongender, genderless, genderfree o neutrois); muoversi tra i generi o avere un’identità di genere fluida (genderfluid); oppure essere third gender o other gendered, una categoria che abbraccia chi non dà un nome al proprio genere.

La visione dei rapporti sociali alla base del transessualismo è il cosiddetto postgenderism, un movimento sociale, politico e culturale che sostiene l’eliminazione volontaria del genere nella specie umana attraverso l’applicazione di biotecnologie avanzate e tecnologie riproduttive assistite.

I sostenitori del transessualismo affermano che i ruoli di genere, la stratificazione sociale e le disparità e le differenze fisiche e cognitive in generale danneggiano gli individui e la società.

Dato il grande potenziale delle moderne tecniche di riproduzione assistita, i postgender ritengono che il sesso a scopi riproduttivi diventerà obsoleto e che ciascun essere umano sarà in grado indifferentemente di decidere se essere padre o madre e questo, ritengono, renderà irrilevanti i generi definiti.

La prima cosa da osservare in proposito è che il transgenderismo va a braccetto con l’attuale tendenza dell’ideologia predominante di rifiutare ogni particolare appartenenza e celebrare la fluidità di qualunque identità. L’economista e sociologo francese Frédéric Lordon di recente ha attaccato la sinistra antinazionalista, liquidando le sue richieste come “grottesche pretese dei borghesi” per una “liberazione dell’appartenenza, senza ammettere quanto essi stessi si avvantaggino della loro appartenenza”.

Lordon contrappone questa appartenenza nascosta alla “realtà della mancanza di uno stato, l’incubo dell’assoluta non inclusione di chi sopravvive come un clandestino senza diritti, di fatto combattendo per la cittadinanza, per l’appartenenza. Rinnegare gli affetti nazionali nel territorio europeo consentendoli ai subalterni, romanticamente e con condiscendenza, è pura ipocrisia. Non si è mai totalmente liberi dall’appartenenza nazionale: diventiamo proprietà di una nazione dal nostro primissimo giorno”. Lordon qui prende di mira Habermas e Ulrich Beck per il loro universalismo senza vita: oggi in Europa l’appello nazionalista e populista alla sovranità in risposta alla sua confisca finanziaria “segnala l’urgenza di ripensare lo stato nazionale in rapporto all’emancipazione collettiva”.

In questo Lordon ha ragione: è facile osservare come le élite intellettuali “cosmopolite” disprezzino gli abitanti attaccati alle loro radici, ma appartengono ad ambienti quasi esclusivi di élite senza radici, e la loro cosmopolita mancanza di radici è il segno di una forte e profonda appartenenza. Proprio per questo è indecente mettere sullo stesso piano élite nomadi che volano per il mondo e profughi disperati alla ricerca di un luogo sicuro a cui appartenere, proprio come mettere sullo stesso piano una ricca donna occidentale a dieta e una profuga che muore di fame.

Per giunta, qui ritroviamo un vecchio paradosso: più si è emarginati ed esclusi, più si può affermare la propria identità etnica.

Il panorama del politicamente corretto è strutturato così: individui lontani dal mondo occidentale possono rivendicare la propria identità etnica senza essere definiti identitari e razzisiti (i nativi americani, i neri eccetera); più ci si avvicina ai famigerati maschi eterosessuali bianchi, più questa rivendicazione diventa problematica: gli asiatici vanno ancora bene, italiani e irlandesi forse, con tedeschi e scandinavi è già un problema. Tuttavia, questo divieto agli uomini bianchi di rivendicare una particolare identità (perché fornirebbe un modello di oppressione degli altri) anche se si presenta come l’ammissione della loro colpevolezza, di fatto gli conferisce una posizione centrale: lo stesso divieto di affermare la propria particolare identità li trasforma nel punto di mezzo neutrale universale, il luogo da cui la verità dell’oppressione degli altri è accessibile.

Lo squilibrio pesa anche nella direzione contraria: i paesi europei impoveriti si aspettano che i paesi avanzati dell’Europa occidentale sopportino tutto il peso dell’apertura multiculturale, mentre loro possono permettersi il patriottismo.

È facile cogliere una tensione simile nel transgenderismo.

I soggetti transgender appaiono trasgressivi perché sfidano qualunque divieto, ma allo stesso tempo hanno comportamenti iperemotivi, si sentono oppressi dalla scelta forzata (“perché dovrei decidere se sono un uomo o una donna?”) e hanno bisogno di un luogo dove potersi riconoscere pienamente. 

Se insistono con tanto orgoglio sul loro essere “trans”, al di là di ogni classificazione, perché avanzano una richiesta così pressante per avere un luogo appropriato? Perché quando si trovano davanti a bagni separati per genere non agiscono con eroica indifferenza? Potrebbero dire: “Sono transgender, un po’ di questo e di quello, un uomo vestito da donna, perciò posso benissimo scegliere il bagno che voglio”. Inoltre, i “normali” eterosessuali non hanno forse un problema simile? Non trovano forse difficile, spesso, riconoscersi in identità sessuali predefinite? Si potrebbe perfino sostenere che uomo (o donna) non è un’identità certa, ma piuttosto un certo modo di evitare un’identità.

Possiamo prevedere con sicurezza che arriveranno nuove richieste antidiscriminatorie: perché non matrimoni tra più persone? Cosa giustifica il limite imposto dal matrimonio binario? Perché non addirittura un matrimonio con animali? Dopo tutto sappiamo già quanto sono sensibili gli animali. Escluderli dal matrimonio non mette la specie umana in una posizione di ingiusto privilegio?»

[ … ]



*Il titolo originale di questo articolo è Sexual is political, in Isis and in the Us.
È apparso con questo titolo in traduzione italiana sul n. 1155 dell’Internazionale in edicola

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SCOMPARE IL CETO MEDIO: È PEGGIO O È MEGLIO?

[ 30 maggio ]

Su Repubblica/Economia e Finanza di oggi si pubblicano i risultati di una inchiesta sociologica compiuta da "Demos-Coop" che vogliano segnalare ai nostri lettori.

Morale: Avanza implacabile la pauperizzazione di massa. 

"Per due persone su tre è inutile fare progetti a lungo termine. Cresce la percezione di appartenere ad una classe sociale più bassa". Tuttavia, secondo di ILVO DIAMANTI, la rassegnazione prevale sulla rabbia...



CLASSI E MOBILITÀ SOCIALE




NOTA INFORMATIVA

L'Osservatorio sul Capitale Sociale è realizzato da Demos & Pi in collaborazione con Coop. Il sondaggio è stato condotto da Demetra (mixed mode CATI-CAMI) nel periodo 26 - 28 aprile 2016. Il campione nazionale intervistato (N=1327, rifiuti/sostituzioni: 10.438) è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre per genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza. I dati sono stati ponderati in base al titolo di studio (margine di errore 2.4). L'indagine è stata diretta, in tutte le sue fasi, da Ilvo Diamanti, insieme a Luigi Ceccarini, Martina Di Pierdomenico e Ludovico Gardani.

Documento completo su www.agcom.it

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REFERENDUM COSTITUZIONALE DI OTTOBRE: L'EUROPA C'ENTRA, ECCOME!

[ 30 maggio ]


Un Appello per votare NO al referendum costituzionale.
Sotto i primi firmatari



Per la riconquista dell’autonomia politica ed economica del nostro paese contro la tirannia tecnocratica sovranazionale e dei trattati europei

Siamo di fronte a una delle più grandi mistificazioni politiche e culturali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale

La contro-riforma costituzionale adottata dal governo Renzi, il c.d. DDL Boschi, viene presentata, dal governo e dalla quasi totalità dei media nazionali, come la più importante razionalizzazione delle istituzioni mai realizzata nel nostro paese, dopo decenni di politica degenerata e corrotta, da parte di una classe politica “nuova”, giovane e risoluta. In realtà, con questo disegno di legge costituzionale, di cui va considerata la sinergia con la “nuova” legge elettorale, l’Italicum, siamo di fronte ad una delle più grandi mistificazioni, politiche e culturali, a partire dalla fine della II Guerra Mondiale, pari se non peggiore della stessa “riforma” costituzionale di Berlusconi, Bossi e Fini del 2005, sonoramente battuta col voto referendario del 25-26 giugno 2006 dalla maggioranza del popolo italiano.

L’attuale classe politica non appare certo migliore di quella del recente passato, soltanto perché giovane e, nella propria autorappresentazione, nuova. Essa agisce con grande determinazione e sfrontatezza, verbale e legislativa, oltre a scontare un vuoto culturale e del rispetto delle regole democratiche senza precedenti nel periodo repubblicano. Con questo atto il governo Renzi intende realizzare un progetto davvero ambizioso quanto pericoloso: esautorare il parlamento dalle sue fondamentali prerogative e porre il nostro paese, definitivamente, sotto il diretto controllo politico ed economico del capitale finanziario transnazionale, di cui l’Europa dell’Unione monetaria è parte integrante.

Avalla e consolida le “riforme” imposte dai trattati europei che esautorano le politiche economiche nazionali ed erodono i principi democratici costituzionali

1. A partire dalla seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, con l’Atto Unico europeo, prima, ed il Trattato di Maastricht, adottato nel 1992 ma con particolare accentuazione negli anni successivi, a partire dall’ingresso dell’Italia nell’area della moneta unica, le più importanti istituzioni europee e mondiali (Commissione europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio, G-8) insieme ai governi più forti e influenti dell’occidente hanno a più riprese auspicato e poi imposto al nostro paese le tanto sbandierate “riforme”, cioè: – le riduzioni delle tutele e del potere di acquisto del lavoro e delle pensioni; – l’esautoramento di ogni autonoma politica economica nazionale; – l’adozione e la ratifica dei successivi e formidabili trattati europei, tanto invasivi quanto scellerati (fiscal compact, six packaccolto questo con l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, passo che non era affatto imposto, ma che entra nell’indirizzo politico di governo con il PNR 2011, deliberato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile 2011, al punto 2.2 a). In tal modo sono poste le premesse per la distruzione dell’apparato produttivo industriale, pubblico e privato, del paese e il conseguente impoverimento generale, ed è preclusa al paese l’adozione di sue proprie politiche di sviluppo a tutto vantaggio dei paesi più forti dell’Europa, Germania in testa, che in questi anni hanno goduto, anche grazie a ciò, di un ulteriore vantaggio competitivo.

Ma ciò, evidentemente, non era ancora sufficiente.

Diventava, infatti necessario (come raccomandato da J.P. Morgan Chase nel maggio 2013 con un suo Paper) mutare la cornice generale della convivenza civile e politica all’interno di ciò che rimane della residua sovranità popolare degli stati europei, specie nei paesi più fragili e periferici, e dunque attuare un superamento definitivo delle Costituzioni nazionali ove ancora è presente il riconoscimento dei diritti sociali, ed in particolare della nostra Costituzione repubblicana del ’47, essendo tutto ciò visto e additato quale portato “ideologico” novecentesco di compromesso tra capitale e lavoro da superare secondo il volere dei ” mercati” dei capitali (finanziari).

I Governi che negli ultimi anni si sono succeduti alla guida del paese hanno tutti attuato politiche controproducenti sul versante dello sviluppo quanto improntate alla più arcaica diseguaglianza, secondo il canone dell’austerità; con gradazioni diverse tra l’uno e l’altro, si sono dimostrati i più diligenti esecutori dei voleri del capitale transnazionale e, così facendo, hanno aggravato la crisi, tuttora in corso, oltre che reso ancora più lontane le condizioni fondamentali di convergenza tra i paesi centrali e periferici dell’eurozona, spingendo questi ultimi in una posizione di crescente “mezzogiornificazione”, ossia sempre più nelle retrovie dello sviluppo.


2. Negli ultimi 25 anni i trattati europei si erano del resto già progressivamente sovrapposti alle costituzioni novecentesche, con particolare accentuazione nei confronti della nostra Carta fondamentale, imbalsamandola nella sua intera prima parte e nei principi fondamentali, con la conseguenza pratica della disapplicazione nei suoi stessi principi supremi (a cominciare dal principio di uguaglianza, riconoscimento e tutela dei diritti sociali e del lavoro, ripudio della guerra, limitazioni di sovranità in condizioni di parità) che, al contrario, per consolidata giurisprudenza costituzionale sono considerati immodificabili. Queste due fonti hanno origini e programmi politici e culturali profondamente diversi e sotto certi aspetti antitetici. I trattati traducono in economia un programma liberale-liberista e consolidano una tecnocrazia a-democratica sul versante politico.

Le Costituzioni, in particolare la nostra, mirano invece ad una democrazia sociale con un’economia mista e con una significativa presenza del pubblico nei settori nevralgici per l’economia e la società quali industria, scuola, salute, credito, energia. In questo si traduce la forte affermazione di un principio di eguaglianza formale e sostanziale, di diritti e libertà nella I parte della Carta, che fu ad un tempo la novità storica della Costituzione del 1947 e la chiave per la sintesi delle diverse culture politiche che in essa si ritrovarono. Ma la I parte della Costituzione chiede di essere attuata e presuppone, a tal fine, politiche appropriate. Ma gli indirizzi di governo si definiscono nelle forme che assumono le istituzioni e ne sono decisivamente condizionati. L’attuazione della I Parte della Costituzione presuppone una forma di governo parlamentare incardinata su assemblee elettive ampiamente rappresentative. Come ha statuito la Corte costituzionale dichiarando la illegittimità costituzionale del Porcellum con la sent. 1/2014, rappresentanza politica, partecipazione democratica, voto libero e uguale sono le pietre angolari della nostra democrazia, e ne definiscono la forma e la sostanza. Questo assetto è radicalmente negato dalla riforma della Costituzione ora proposta, con la soppressione del Senato elettivo e la concentrazione del potere su Palazzo Chigi. Parimenti stravolgente è la legge elettorale già approvata, per la previsione di un altissimo premio di maggioranza a un solo partito, l’eventualità di un ballottaggio senza soglia, parlamentari in prevalenza sottratti alla scelta degli elettori con il voto bloccato sui capilista. “Riforme” devastanti, poste in essere da un parlamento sostanzialmente delegittimato per la certificata incostituzionalità del suo fondamento elettorale, e da maggioranze posticce alimentate dai cambi di casacca e pronte a ogni forzatura delle norme costituzionali e regolamentari. “Riforme” che non si giustificano certo con gli esili argomenti di una governabilità che rimane solo apparente e di irrisori risparmi nei costi delle istituzioni.

Questo contrasto deve essere sciolto opponendo per via referendaria alle politiche in atto la voce del popolo, e anzitutto vincendo il referendum costituzionale.

E ciò deve essere il primo passo per ripristinare la democrazia sociale costituzionale; a seguito del quale rivedere l’aberrante modifica dell’art.81 della Costituzione.

Votare NO nel referendum costituzionale significa, dunque, votare contro la tecnocrazia sovranazionale che, grazie alla presente manomissione della Costituzione potrà appoggiarsi ad una monocrazia nazionale, ancor più vassalla delle oligarchie europee e del capitale transnazionale, che continuerà ad affossare lo sviluppo del paese con ancor più risolutezza.

Il NO nel referendum è un SI’ al rilancio della democrazia prevista nella nostra Costituzione fondata sulla sovranità popolare.


Primi firmatari: 


Bruno Amoroso, Paolo Bagnoli, Patrizia Bernardini, Lanfranco Binni, Michelangelo Bovero, Nicola Capone, Antonio Caputo, Francesco Cattabrini, Sergio Cesaratto, Angelo Raffaele Consoli, Anna Fava, Thomas Fazi, Gianni Ferrara, Guglielmo Forges Davanzati, Roberto Lamacchia, Gerardo Marotta, Massimiliano Marotta, Siliano Mollitti, Tomaso Montanari, Daniela Palma, Andrea Panaccione, Marco Veronese Passarella, Roberto Passini, Marcello Rossi, Mario G. Rossi, Luca Rovai, Cesare Salvi, Gianpasquale Santomassimo, Salvatore Settis, Francesco Sylos Labini, Stefano Sylos Labini, Paolo Solimeno, Lanfranco Turci, Massimo Villone.

Per adesioni: redazione@hyperpolis.it

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domenica 29 maggio 2016

TSIPRAS: "ANCORA UNO SFORZO, POI LA PRIMAVERA" di Emmezeta

[ 30 maggio ]

«
Le banche non vogliono che la Grecia sia in grado di ripagare il suo debito, perché intendono invece usare l’incapacità della Grecia di ripagare per saccheggiarla dei suoi asset e delle sue risorse e per distruggere la rete di protezione sociale costruita durante il ventesimo secolo. Il neoliberismo intende ristabilire il feudalesimo —pochi baroni e molti servi della gleba: l’1 per cento contro il 99 per cento». Craig Roberts
«Ancora uno sforzo, poi inizierà la primavera». Parola di meteorologo? No, frasetta ben poco originale di un ciarlatano, al secolo Alexis Tsipras. Breve commento: ma se l'austerità era lo sforzo necessario per "uscire dal tunnel", come avrebbe detto un Monti qualunque, perché l'opposizione ai sacrifici degli scorsi anni, solo per prendere il posto di Samaras?

Il parlamento greco ha dunque fatto i nuovi "compiti a casa", nuovi sacrifici che metteranno ancor più in ginocchio il paese, dando un nuovo impulso ad una recessione senza fine. Ai 3,6 miliardi di tagli alle pensioni ed alla spesa pubblica in generale, si è aggiunto un aumento delle tasse pari a 1,8 miliardi. Il totale di 5,4 miliardi può sembrare poco, ma stiamo parlando della piccola e disastrata Grecia, e quella cifra equivale al 3% del Pil. E' come se in Italia si fosse fatta una manovra da 50 miliardi...

Ma non basta. Poiché i creditori (UE e FMI) non si fidano, ecco che se la Grecia non raggiungesse gli obiettivi di bilancio previsti - e cioè la follia di un avanzo primario del 3,5% da mantenersi nel tempo! - scatterebbero automaticamente nuovi tagli alla spesa pubblica, salari e pensioni in primo luogo. Insomma, come se il dramma sociale di questi anni non fosse stato sufficiente, si prepara ormai il totale saccheggio del paese.

Di questo ci parla Paul Craig Roberts nell'articolo più sotto. Ma i giornali scrivono, assai superficialmente, che in cambio dei nuovi sacrifici arriverà la ristrutturazione del debito. In realtà, per ora, è arrivato solo un rinvio. L'ennesimo.

Nel luglio dell'anno scorso, esattamente nella tragica notte della capitolazione di Tsipras, si disse che del debito si sarebbe parlato in autunno. Dall'autunno 2015 si è arrivati alla primavera 2016, e per stabilire che cosa? Che il problema della ristrutturazione del debito esiste (grazie, ma eravamo già informati), che prima o poi andrà affrontato (di nuovo, grazie), che però non ci vuole fretta, anche perché tra UE (leggi Germania) e FMI (leggi USA) c'è un certo disaccordo.

In cosa consiste questo disaccordo? Semplice, si tratta di soldi. Il FMI, che statutariamente non può prestare soldi se non ha la certezza di riaverli, sarebbe favorevole ad un alleggerimento del debito pubblico (nel quale il FMI non è coinvolto) per riavere indietro i soldi della sua quota di prestito. L'UE non è per niente d'accordo, dato che i titoli del debito da ristrutturare sono ormai tutti in mano europea (in ultima analisi nelle mani dei singoli Stati dell'UE).


Qual è stato alla fine l'accordo? Il FMI ha ottenuto un impegno generico, l'UE ha ottenuto due cose: 1) che il valore nominale del debito non verrà in alcun modo ridotto, 2) che gli altri interventi verranno quantomeno diluiti (e dire "diluiti" è davvero poco) nel tempo.

L'accordo prevede tre fasi: a breve, medio e lungo termine.
Nel breve si parla genericamente di "accorgimenti tecnici" per rendere meno "volatile" la "strategia di finanziamento dell'Esm". Come dire, per la Grecia e per il suo debito nessun alleggerimento.

A medio termine - cioè a fine 2018... - i creditori si sono impegnati a "valutare", se "necessario" un "possibile" alleggerimento del debito. Di che si tratta? Semplicemente verrà data la possibilità alla Grecia di rimborsare i prestiti europei recuperando i profitti che la Bce ha incassato sui titoli greci. Una modesta partita di giro che non si può certo definire "ristrutturazione del debito".

A lungo termine, ma qui non c'è una data, i creditori si dicono pronti ad altre misure. Fermo restando che di un taglio nominale non se ne parla neppure, in gioco sarebbe il riscadenzamento dei titoli, un eventuale tetto ai tassi di interesse, una nuova tempistica nel pagamento delle cedole.

Ricapitolando: nel breve e nel medio termine la Grecia non ha ottenuto nulla. Nel lungo è tutto da vedersi. Concludiamo allora con una nota citazione di Keynes: «Questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine saremo tutti morti».

Tutti morti... per fortuna anche i creditori. Ma nel frattempo l'agonia per i greci sarà sempre più atroce. Altro che la "primavera" di Tsipras!

* * * 

Il capitalismo è arrivato al saccheggio: la Germania all'assalto del FMI
di Paul Craig Roberts 


Paul Craig Roberts, ex assistente segretario del tesoro USA e Associate Editor del Wall Street Journal, scrive un articolo di denuncia sul trattamento riservato alla Grecia dalla Germania e dalle istituzioni europee. Con la complicità del governo-fantoccio di Syriza, la Grecia viene saccheggiata e la sua popolazione depredata dei propri diritti e conquiste sociali per poter garantire i profitti dei “creditori”. L’UE e il FMI sono ormai diventati dei semplici strumenti di saccheggio nelle mani dei ricchissimi del pianeta, mentre la loro azione viene Orwellianamente propagandata come “salvataggio”.


Essendo riusciti ad usare l’UE per conquistare il popolo Greco, trasformando il governo “di sinistra” di Syriza in un fantoccio delle banche tedesche, la Germania si ritrova ora il FMI a intralciare il suo piano per saccheggiare la Grecia fino alla sua scomparsa.


Le regole del FMI impediscono a questa organizzazione di prestare soldi a paesi che non siano in grado di restituirli. Il FMI ha quindi concluso, sulla base di dati e analisi, che la Grecia non è in grado di restituire i soldi presi in prestito. Quindi, il FMI non è disposto a prestare alla Grecia i soldi che le servono per ripagare le banche private creditrici.


Il FMI sostiene che i creditori della Grecia, molti dei quali non sono nemmeno i creditori originali ma semplicemente avvoltoi che hanno acquistato il debito greco a prezzo di saldo nella speranza di specularci, devono tagliare parte del debito in modo da riportarlo a un ammontare che sia sostenibile da parte dell’economia greca.

Le banche non vogliono che la Grecia sia in grado di ripagare il suo debito, perché intendono invece usare l’incapacità della Grecia di ripagare per saccheggiarla dei suoi asset e delle sue risorse e per distruggere la rete di protezione sociale costruita durante il ventesimo secolo. Il neoliberismo intende ristabilire il feudalesimo – pochi baroni e molti servi della gleba: l’1 per cento contro il 99 per cento.

Per come la vede la Germania, il FMI dovrebbe prestare alla Grecia i soldi con cui ripagare le banche tedesche. Poi il FMI verrà ripagato forzando la Grecia a ridurre o abolire le pensioni di anzianità, ridurre i servizi pubblici e i dipendenti pubblici, e utilizzare le somme risparmiate per ripagare il FMI.

Poiché le somme risparmiate saranno insufficienti, nuove misure di austerità vengono imposte così che la Grecia sia costretta a vendere gli asset nazionali, come le società pubbliche di gestione dell’acqua, i posti e le isole greche protette, agli investitori stranieri, principalmente le stesse banche o i loro migliori clienti.

Finora i cosiddetti “creditori” si sono impegnati solo in qualche forma di sgravio del debito, ancora indefinito, tra 2 anni. Per allora i giovani greci saranno emigrati e saranno stati sostituiti da immigrati che scappano dalle guerre di Washington in Medio Oriente e in Africa, che avranno appesantito il sistema di welfare greco già privo di fondi.

In altre parole, la Grecia viene distrutta dalla UE, un’istituzione così follemente sostenuta e apprezzata. La stessa cosa sta accadendo in Portogallo e si prepara ad avvenire in Spagna e in Italia. Il saccheggio ha già divorato l’Irlanda e la Lettonia (e un buon numero di paesi dell’America Latina) ed è in corso in Ucraina.

Gli attuali titoli dei giornali che riportano l’accordo raggiunto tra il FMI e la Germania riguardo il tagli del debito greco a un livello sostenibile, sono falsi. Nessun “creditore” ha dato il suo assenso al tagli di nemmeno un centesimo del debito. Tutto quello che il FMI ha ottenuto dai cosiddetti “creditori” è un vago “impegno” per un ammontare sconosciuto di tagli del debito che avverrà tra 2 anni.

I titoli dei giornali non sono altro che una vernice esterna, per coprire il fatto che il FMI ha ceduto alle pressioni e violato le sue stesse regole. La copertura consente al FMI di dire che un taglio (futuro e indefinito) del debito consentirà alla Grecia di renderlo sostenibile e, pertanto, il FMI può prestare alla Grecia i soldi per ripagare le banche private.

In altre parole, il FMI è ormai diventato l’ennesima istituzione Occidentale senza regole e il cui regolamento conta meno della Costituzione degli Stati Uniti o della parola del governo di Washington.

I media continuano a chiamare il saccheggio della Grecia un “salvataggio”.
Chiamare il saccheggio di un paese e del suo popolo “salvataggio” è proprio Orwelliano. Il lavaggio del cervello è talmente riuscito che perfino i media e i politici della saccheggiata Grecia chiamano l’imperialismo finanziario che la Grecia sta subendo un “salvataggio”.

Da ogni parte del mondo Occidentale un gran numero di interventi, sia delle società che dei governi, stanno portando alla stagnazione della crescita dei profitti. Per poter continuare a fare profitti, le mega-banche e le società multinazionali si sono dedicate al saccheggio. I sistemi di sicurezza sociale e i servizi pubblici vengono messi nel mirino per essere privatizzati, e l’indebitamento così ben descritto da John Perkins nel suo libro, Confessioni di un sicario economico, viene utilizzato per preparare il terreno al saccheggio di interi Paesi.
Il capitalismo è entrato nella fase del saccheggio . Il risultato sarà la devastazione.

* Fonte: Voci dall'estero

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ITALIA FUORI DALLA NATO (perché nessuno ne parla?) di Gianluca Ferrara

L'allargamento ad Est della NATO
[ 29 maggio ]

Nel 1949 a Washington fu firmato il Patto Atlantico cioè il trattato istitutivo della Nato. Oggi fanno parte della Nato 28 Stati. Come è noto il patto fu stipulato dai Paesi che con tale alleanza volevano creare un fronte anti Urss. Le guerre della Nato, dal giorno della sua costituzione, sono state diverse anche se sovente definite con un imbroglio semantico, “missioni di pace”. Come se la pace si costruisse con i carri armati invece che con il dialogo e la non violenza.

Gli attacchi della Nato, negli ultimi 20 anni, sono stati 7. In ordine cronologico si è cominciato nel 1991 con la prima guerra del Golfo, l’anno successivo in Somalia, nel 1995 in Bosnia, nel 1999 in Serbia, nel 2001 in Afghanistan, due anni dopo una nuova guerra all’Iraq e poi nel 2011 l’aggressione alla Libia di Gheddafi. Uno dei più noti conflitti è quello contro la Serbia di Milosevic, un uomo prima considerato “il collante” in grado di poter tenere unita la Jugoslavia, poi quando non più funzionale, declassato a “macellaio”. Un cambio d’opinione simile a quello poi toccato a Saddam Hussein, a Bin Laden e a Gheddafi.


I bombardamenti umanitari della Nato nella Jugoslavia durarono 78 giorni consecutivi e causarono la distruzione di 82 ponti, 13 aeroporti, 20 stazioni ferroviarie e 121 fabbriche. Complessivamente, alla Serbia furono causate danni per 100 miliardi di dollari, oltre all’uccisione di almeno 500 civili e a migliaia di feriti. A 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e a quasi 30 dalla caduta del muro di Berlino, ha ancora senso la Nato? Un’associazione di Paesi eterodiretti dagli Usa. Perché l’Italia deve ancora essere un deposito di armi straniere? Cosa giustifica la colonizzazione militare del nostro Paese con la presenza delle 115 basi Usa sul nostro territorio.



Per quanto ancora dobbiamo essere una polveriera di un paese, gli Usa, distante migliaia di chilometri? La riconoscenza per averci aiutato a liberare dai nazi fascisti presuppone una perdita di sovranità a tempo indeterminato? Non è un paradossale passaggio di consegne da un secondino ad un altro? Ciò che davvero fa riflettere è che, tranne marginali istanze, nessuno pone in discussione questo status quo, lo si dà scontato e sembra persino vietato metterlo in discussione.

Non si conosce il numero preciso degli ordigni atomici presenti inItalia, forse 40 a Ghedi e 50 ad Aviano di sicuro è un quantitativo sufficiente a far saltare in aria lo stivale decine di volte. Ma chi ha i codici di questi ordigni atomici? Sono sicuri? Ammesso che delle bombe con una tale carica distruttiva possano ritenersi sicure.
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E’ inquietante che l’insostenibile stile di vita statunitense voglia essere imposto a tutti fino a voler uniformare l’intero pianeta. Il Ttip è solo l’ultimo tassello del puzzle ideologico neoliberista, frutto di un disegno di colonizzazione economico culturale azionato dalle corporation e veicolato dai mass media a partire dagli anni ’80. Una colonizzazione che ai Paesi più recalcitranti è stata imposta con una politica estera basata su aggressioni armate che secondo Andre Vltchek, dopo il secondo conflitto mondiale, hanno causato tra i 50 e i 55 milioni di vittime.

L’Italia spende per la sola guerra in Afghanistan, circa 25 milioni di euro al mese. Secondo l’Istituto Internazionale di Stoccolma la nostra adesione alla Nato è quantificabile in 72 milioni di euro al giorno. Con questa somma quanti malati potrebbero essere curati, strade riparate, scolari istruiti, persone in difficoltà aiutate e pannelli solari montati? Invece sono gettati via per guerre imperialiste che seminano morte e sofferenza e di conseguenza ci pongono a rischio attentati.

I soldi spesi per aderire a questa mega industria bellica che è la Nato (si pensi agli F-35) potrebbero far risorgere tanti settori della nostra defunta economia. 

Inoltre si rispetterebbe l’art. 11 della Costituzione e si acquisirebbe indipendenza in politica estera dando un segnale di pace ai tanti popoli che hanno subito le aggressioni della Nato. 
Siamo un Paese senza alcun tipo di sovranità. Una colonia dell’impero statunitense un po’ come lo era la Palestina ai tempi dell’antica Roma. Anche noi dobbiamo attendere che crolli l’impero di cui siamo asserviti o troveremo la forza per liberarci?

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sabato 28 maggio 2016

IN VISTA LA PIÙ GRANDE DISTRUZIONE ECONOMICA DELL'ITALIA di Pasquale Cicalese

[ 29 maggio ]


«Il sistema bancario è sotto pressione via Vigilanza Europea, il sistema industriale è sotto pressione via sistema bancario italiano, e i salariati sono massacrati dal sistema economico. Questo è il quadro italiano».


“Qualora il finanziamento sia già garantito da ipoteca, il trasferimento successivamente condizionato all’inadempimento, una volta trascritto, prevale sulle trascrizioni e iscrizioni eseguite successivamente all’iscrizione ipotecaria” Comma 4 articolo 2 Decreto Legge n° 59 del 3 maggio 2016

Si lamentano, i banchieri, perché manca la retroattività del decreto. Ma come, dicono, per la risoluzione di Popolare Etruria e il relativo bail in si è attuata la retroattività e sulle norme riguardanti il recupero crediti no?

Basta leggere il comma di cui sopra, per capire che si è trovata la quadra. E’ il patto marciano, vale a dire il trasferimento al creditore di beni del debitore qualora quest’ultimo sia inadempiente dopo tre rate. Ti tolgono tutto, capannoni, macchinari, scorte di magazzino, seconde case, ecc. Ti lasciano solo la casa di residenza. Il patto marciano può essere infilato in un nuovo contratto tra debitore e creditore.

Il gioco è semplice: la banca chiama l’imprenditore a cui ha dato un fido e gli dice di ricontrattare tutto altrimenti glielo toglie. L’imprenditore è costretto ad accettare e a firmare le nuove condizioni. Se dopo sei mesi non paga le rate gli sequestrano tutto, senza lo strumento dell’ipoteca, per la qual cosa si dovrebbe passare da un procedimento giudiziario. Sarebbe automatico.

Si è arrivati, dunque, allo spossessamento del debitore. Per cifre enormi: le sofferenze bancarie sono 200 miliardi, di cui 140 miliardi di imprese non finanziarie. I crediti deteriorati sono invece 360 miliardi, la gran parte di aziende. Praticamente l’ossatura della struttura industriale italiana si troverà nei prossimi anni ad onorare debiti, altrimenti i beni verranno confiscati dalle banche.

Che ne faranno? Ci sono garanzie di immobili per 100 miliardi e 37 di garanzie personali. Verrebbero venduti a fondi, concorrenti italiani o acquirenti esteri. Il panorama industriale italiano cambierebbe volto. O verrebbe definitivamente distrutto, dopo aver già perso il 25%.

Siamo di fronte alla più grande svendita del Paese della storia moderna, alla più imponente distruzione di capitale, superiore alla Seconda Guerra Mondiale, con effetti sociali dirompenti.

Quel che definimmo la seconda linea del fronte verrebbe distrutta nel giro di pochi anni.

Si è arrivati dunque al redde rationem, dopo cinque anni dalla famosa lettera della Bce che imponeva all’Italia un percorso infernale di riforme che hanno portato alla più grave recessione degli ultimi 150 anni. Si è dato un colpo micidiale al salario sociale globale di classe, si è attuata la deflazione salariale, è stato imposto un feroce credit crunch che ha colpito al cuore l’imprenditoria italiana, si è riformata la Costituzione con il Fiscal Compact. Risultato: sono esplosi i crediti deteriorati. Ora si passa all’incasso. Si distrugge la struttura industriale per via bancaria attraverso quell’Unione Bancaria che Enrico Letta definì a suo tempo un “successo dell’Europa unita”.

Mediante il meccanismo della Vigilanza Europea negli ultimi due anni c’è stato un accanimento pazzesco della Bce nei confronti del sistema bancario italiano, reo di attuare la funzione di banca commerciale, cioè fornire credito all’economia reale. Infischiandosene dei derivati di cui sono pieni i sistemi bancari del Nord Europa, la Vigilanza ha imposto alle banche italiane aumenti di capitale, accantonamenti e regole varie che hanno bloccato l’erogazione del credito.

Ora si impone il rientro dai crediti deteriorati, il più velocemente possibile e si incomincia a parlare di rischio dei titoli di stato, di cui le banche italiane sono zeppe (445 miliardi di euro), con relativi nuovi aumenti di capitale. Si sono riformate le banche popolari e quelle di credito cooperativo, portandole assurdamente nel mercato azionario. C’era il problema delle banche da ricapitalizzare: le banche italiane hanno dato vita ad Atlante, che fortunatamente è intervenuta nella ricapitalizzazione della Popolare Vicenza e successivamente di Veneto Banca, Ci sarebbe poi Carige, MPS e varie casse di risparmio, ma la dotazione finanziaria, pari a 4,25 miliardi, potrebbe non essere sufficiente ed in ogni caso questa massa di capitale servirebbe unicamente agli aumenti di capitale delle banche citate e non certo a comprare sofferenze bancarie a livello di libro.

Perché qui è la faccenda: con il bail in della Popolare Etruria, assurdamente analizzata come un fatto di cronaca nera, le sofferenze bancarie sono state vendute, per imposizione europea, al 17% del valore. Le banche hanno sofferenza bancarie nette, dopo accantonamenti, pari a 87 miliardi a valore di libro del 45%. La differenza tra il 17 e il 45% è pari a decine di miliardi, e se fossero vendute come quelle della Popolare Etruria le perdite sarebbero enormi.

E’ intervenuto il decreto legge 59 per accelerare il recupero crediti, ma non essendo retroattivo in borsa stanno ancora perdendo capitalizzazione. In ogni caso, con il Patto Marciano, che può essere sottoscritto tra creditori e debitore, lo spossessamento di chi non è in regola con i pagamenti sarebbe immediato. Data la continua situazione di stress economico della struttura industriale (si è recuperato appena l’1% di quanto precedentemente perso e la chiamano ripresa), per cui alcuni parlano di un euro che sta asfissiando il sistema economico (si veda Gianfelice Rocca della Technint sul Financial Times di marzo), non si esclude affatto una vendita massiccia di proprietà industriali al miglior compratore.

Insomma, l’Unione Europea impone misure draconiane all’Italia che provocano la più grave recessione della storia contemporanea, il sistema economico va in tilt, il sistema bancario viene investito da una mole impressionante di crediti deteriorati e a questo punto interviene nuovamente l’Unione Europea per chiedere la risoluzione del problema delle sofferenze bancarie.

Il sistema bancario è sotto pressione via Vigilanza Europea, il sistema industriale è sotto pressione via sistema bancario italiano, e i salariati sono massacrati dal sistema economico. Questo è il quadro italiano.

Se ne esce solo con una netta soluzione, l’uscita dall’euro. Non esistono ricette keynesiane, ancorché te le facciano fare. L’alternativa è un’ancora più feroce depressione economica, la perdita di quel che rimane del sistema industriale e una nuova più acuta deflazione. Di certo con queste nuove norme crollerà la domanda di credito degli imprenditori (chi vuoi che prenda denaro a queste condizioni?) e da qui ci sarà il crollo degli investimenti e della domanda reale, dunque recessione certa.

Si è prossimi alla più grande svendita di capitale industriale, se continua così si avrà, dopo, la svendita dei beni pubblici e l’Italia andrà dritta nei paesi in via di sviluppo. Questo è il disegno dell’euro, l’annichilimento dell’Italia per togliere un concorrente alla Germania. Per farlo occorrono quinte colonne interne, i collaborazionisti. Quelli che parlano delle virtù dell’Europa. Non sappiamo se questo disegno avrà successo, di certo continua la sua marcia imperterrita perché non trova opposizione. A meno che il secondo fronte, l’apparato industriale italiano, si ribelli. Lo sapremo nei prossimi mesi, quando le crisi aziendali esploderanno.


Fonte: Marx 21

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MORENO PASQUINELLI, CARLO FORMENTI ED EMILIANO BRANCACCIO

[ 28 maggio ]

Qui sotto le registrazioni video filmate di tre degli interventi svolti durante la sessione mattutina al convegno di Eurostop (Napoli 21 maggio, foto accanto).

Segnatamente: Moreno Pasquinelli, Carlo Formenti ed Emiliano Brancaccio.

Moreno Pasquinelli, in risposta a chi non vuole rinoscerlo, ha spiegato che la crisi dell'Unione europea, malgrado i tentativi in senso contrario delle oligarchie euriste, è oramai al tramonto e che occorre prepararsi al suo collasso. Quale sarà la configurazione europea post-Ue? Pasquinelli ha affermato che gli stati nazionali riconquisteranno il centro della scena, e che a questo esito occorre prepararsi, che inutili, anzi pericolosi, sono gli anatemi di certa sinistra che, in nome di un malinteso internazionalismo, sostiene il cosmopolitismo imperiale delle élite. Non è vero che la fascistizzazione delle masse è oggi il processo dominante. Questa tendenza è latente ma può essere fermata, a patto che una sinistra popolare sia capace di tenere assieme i tre corni del dilemma: sovranità nazionale, giustizia sociale e potere popolare.



Carlo Formenti esordisce in modo perentorio: «Comunità, Popolo, Nazione. Non dobbiamo avere paura delle parole. Neanche di quelle che paiono "di destra". Proprio Gramsci ci insegnava che la lotta per l'egemonia è egemonia sul senso delle parole. (...)
Solo i populismi di sinistra sono quelli che oggi ricompongono, pur in forme necessariamente diverse, l'unità di classe, legando parole di alto significato simbolico ai bisogni concreti di chi sta in basso». Formenti si è quindi soffermato sulle esperienze populiste e antimperialiste dell'America latina, indicando gli insegnamenti che possiamo trarne, immettendoli nel nostro specifico contesto. 




Emiliano Brancaccio, partendo dall'esito tragico della vicenda greca, ha espresso il suo apprezzamento per Eurostop, dal momento che inquadra l'eventuale "Italexit anche come questione geopolitica". C'è una tendenza oggettiva che ci porta verso la deflagrazione dell'eurozona? Sì, siamo dentro questa tendenza oggettiva, e possiamo vincere solo se stiamo dentro questa tendenza, che spinge gli stati nazionali a riprendere il controllo della moneta. Ma questo recupero di sovranità nazionali andrà a destra o a sinistra? Ci sono grandi forze sistemiche che premono affinché si ripristini un sistema di tassi di cambio valutari flessibili combinato con l'affermarsi di politiche xenofobe basate sul controllo dei movimenti migratori. Xenofobia liberista. E questa è la tendenza dominante. "Attenti quindi alla "ITALEXIT", poiché ci sono forze di destra, come la Lega Nord, che sono in vantaggio su di noi. Comitato di liberazione nazionale contro l'euro con quelli la? Io non ci sto».



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venerdì 27 maggio 2016

La Palma d'Oro a Loach e l'ipocrisia neoliberista del "Corriere" di Carlo Formenti

[ 27 maggio ]



Non avendo visto il film con cui Ken Loach [nella foto] ha appena vinto la Palma d’Oro al festival di Cannes non sono in grado – né lo sarei anche se lo avessi visto, dal momento che non sono un critico cinematografico – di darne una valutazione estetica. Tuttavia ho avuto modo di vedere molti dei suoi film precedenti e di apprezzarne sia il valore formale – dal modesto punto di vista di uno spettatore – sia l’impegno politico e sociale che nel corso della sua lunga carriera non è mai venuto meno (la foto che lo ritrae sul palco di Cannes con la Palma d’Oro nella mano sinistra e il pugno destro alzato in un gesto dall’inequivocabile significato ideologico ne fa testimonianza). È dunque evidente che, date che le mie risapute idee “veteromarxiste”, e la mia simpatia per le sinistre “antagoniste”, il mio giudizio su quest’ultimo film (dopo che lo avrò visto) sarà apriori indiziato di tendenziosità.

Ciò detto, dubito che la valutazione del Corriere della Sera, affidata alla penna del critico “patentato” della testata, Paolo Mereghetti, sia altrettanto sospetta, ancorché per ragioni opposte. Il pollice verso è già implicito nel titolo sul verdetto della giuria di Cannes, definito “superficiale” e accusato di incoronare “un comizio scontato”. Poi arriva la stroncatura: “I, Daniel Blake è più un comizio politico che un film (lo ha confermato anche il regista col suo discorso di ringraziamento), un’intemerata ideologica che trasforma un carpentiere in un agnello sacrificale lasciato solo di fronte all’insensibilità sociale dello Stato. Non mettiamo in dubbio che sia così per la classe operaia inglese ostaggio di governi reazionari, ma in un film sentiamo il bisogno di un linguaggio meno schematico, di una messa in scena meno ricattatoria, di una recitazione meno convenzionale”.

In tutta questa tirata stizzita (a proposito di intemerate…) l’unica valutazione strettamente estetica, di fatto è quella relativa alla recitazione. Tutto il resto riguarda fondamentalmente il contenuto ideologico, del film, e non senza palesi contraddizioni. Per esempio: se Mereghetti “non mette in dubbio” (ma è davvero così?) che la classe operaia inglese sia ostaggio di governi reazionari, a che pro ironizzare sul carpentiere “trasformato” in agnello sacrificale dall’insensibilità sociale dello Stato? Vuol forse dire che quel carpentiere non è membro della classe operaia ridotta a ostaggio, e quindi non può essere un agnello scarificale, ma viene “spacciato” come tale dalla narrazione ideologica del regista?

Passiamo al linguaggio “schematico”: in generale (vedi il cinema di Eisenstein e il teatro di Brecht) la rappresentazione artistica del conflitto di classe è quasi di necessità “schematica”, nella misura in cui mette in scena, stilizzandola, una relazione antagonistica fra soggetti sociali. Certo, nessuno impedisce a Mereghetti di condividere il giudizio del ragionier Fantozzi su La corazzata Potemkin (“una boiata pazzesca”), così come è libero di pensare che l’attuale conflitto sociale non possa né debba essere ridotto a un rozzo schema duale, anche se il fatto che 64 super ricchi detengono oggi patrimoni pari a quelli posseduti da tre miliardi e mezzo di altri esseri umani tenderebbe a suggerire che questa scelta ha una qualche giustificazione…

Infine il capolavoro di ipocrisia racchiuso in quella rivendicazione di una messa in scena meno ricattatoria. Viene in mente la canzone di Fo e Jannacci in cui si dice che il povero non deve piangere perché il suo lamento fa male al re. Il re, in questo caso, è quel lettore medio del Corriere che, condividendo il pensiero unico neoliberista di cui questa testata è ormai l’indiscusso organo ufficiale, non vuole essere “ricattato” da vecchi arnesi filocomunisti come Loach, i quali si permettono di ricordargli che le sue idee producono vittime sacrificali…

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