venerdì 29 settembre 2017

DOVE VA LA GERMANIA di Vladimiro Giacchè

[ 29 settembre 2017 ]

intervista a Vladimiro Giacché di Giacomo Russo Spena
D. Il crollo (annunciato) della Spd e la vittoria dell'estrema destra dell'AfD, sono questi i due aspetti predominanti del voto tedesco? 

R. Aggiungo il crollo della CDU e della CSU, le due forze che sostenevano Angela Merkel. Non si tratta di un dettaglio: la frana riguarda entrambi i partiti che un tempo determinavano la politica tedesca. Il voto sancisce la fine della socialdemocrazia europea come l’abbiamo conosciuta, confermando un trend già visto in opera in Grecia, in Francia, in Spagna, in Olanda – e che credo sarà confermato in Italia. Ma più in generale quella delle “famiglie” politiche tradizionali un tempo egemoni a livello europeo: la popolare/cristiano-democratica e quella socialdemocratica.

Ma, in realtà, in Italia il Pd è in testa ai sondaggi come primo partito, crede veramente rischi la pasokizzazione?

Credo che il Pd perderà la centralità politica; tenterà di mantenerla al prezzo di un’ulteriore deriva a destra, ma senza successo. L’operazione politica che ha dato vita al Pd si rivela per quello che era: un’operazione trasformistica  priva di respiro. Oggi è il bersaglio di tutti coloro che ritengono socialmente regressiva ed economicamente sbagliata la politica seguita dal 2011 in poi. Mi riesce difficile dar loro torto. 

Torniamo alla Germania: malgrado la vittoria di Merkel, dal voto si evincerebbe una crisi di Sistema?

Oggi viene letto tutto in termini di instabilità, ma non credo che sia la lettura corretta: semplicemente, l’elettorato ha votato contro la gestione di questi partiti nei 10 anni che ci separano dall’inizio della Grande Recessione. Può essere sorprendente che questo avvenga anche in un Paese come la Germania, che è considerato da molti il vero vincitore di questa crisi. Ma il punto è che non tutta la Germania ha vinto, anzi. 

In effetti in Germania negli ultimi dieci anni la povertà relativa è salita dall'11 al 17%; con l'introduzione dei mini Jobs sono raddoppiate a due milioni le persone che fanno un doppio lavoro per vivere, la crescita del Pil è stata costante ma i pensionati poveri sono arrivati al 30%. E la concentrazione della ricchezza in poche mani in Germania è seconda solo a quella Usa. E' per questo che Merkel vince ma non stravince, nel senso che perde voti rispetti alle precedenti elezioni?

Proviamo a dirlo in “economese”. La Germania in questi anni ha coerentemente praticato una politica mercantilistica, basata sulle esportazioni, sacrificando la domanda interna e gli investimenti. La capacità esportativa tedesca si è avvalsa per un verso della costruzione di una rete di subfornitori con manodopera a basso prezzo nei paesi dell’Est (che perlopiù non hanno adottato l’euro, e quindi hanno potuto beneficiare di svalutazioni rispetto ad esso), per l’altro di una vera e propria compressione dei salari. I salari tedeschi, nei settori esposti alla concorrenza internazionale, sono scesi in termini reali, tra il 1999 e il 2008, di qualcosa come il 9% (sono dati forniti da Bofinger, uno degli esperti economici che assistono il governo tedesco: http://voxeu.org/article/german-wage-moderation-and-ez-crisis). Con l’Agenda 2010 del socialdemocratico Schröder sono stati precarizzati i rapporti di lavoro (i minijobs), riducendo al contempo fortemente le indennità di disoccupazione. Nel frattempo, le tasse alle imprese e alla parte più ricca dei cittadini venivano diminuite. Ecco spiegata l’ampliarsi della disuguaglianza, e anche il mistero di una Germania che “va bene”, ma in cui tanti cittadini sono scontenti. E votano di conseguenza.

Se, come viene detto, la vittoria dell'Afd sarebbe dovuta alla campagna contro i rifugiati perché otterrebbe grandi consensi nella Germania dell'Est dove in realtà c'è una bassa affluenza di migranti? 


Il tema dell’immigrazione ha fatto da detonatore a un disagio sociale presente già da tempo. All’Est le sue motivazioni si possono sintetizzare in due dati: una disoccupazione doppia che all’Ovest, e stipendi inferiori di un quarto. Si tratta di una situazione che affonda le sue radici nelle modalità dell’unificazione tedesca, e in particolare – come ho spiegato anni fa nel mio libro sull’unificazione, Anschluss – in un’unione monetaria affrettata e realizzata con un tasso di cambio assurdo (parità tra marco ovest e marco est nonostante che il tasso di cambio reale fosse all’epoca di 1 a 4,4), che ha distrutto l’economia della ex Germania Est. A questo punto tutti gli asset industriali dell’est furono svenduti attraverso la Treuhandanstalt (curiosamente riproposta come modello durante questa crisi, da Juncker e da altri, alla Grecia). Il risultato furono milioni di disoccupati, emigrazione di massa e la distruzione dell’industria dell’Est. Una distruzione cui non hanno potuto porre rimedio i massicci trasferimenti statali successivi: molto semplicemente, al di là di poche isole felici, l’Est del Paese non è a tutt’oggi autosufficiente.

Alternative für Deutschland prende i voti delle classi popolari e dei ceti meno abbienti?

L’AfD non vince soltanto all’Est, ma anche in zone certamente tutt’altro che povere come la Baviera, dove la motivazione anti-immigrati è senz’altro prevalente. 

In Italia se ne è parlato poco: la Linke, la sinistra radicale tedesca, ha preso quasi il 10 per cento. Il vento di protesta si muove anche a sinistra?

La Linke prende mezzo milione di voti dalla SPD, ma cede poco meno alla AfD. In questi numeri sta scritto tutto quanto ci è necessario sapere, e quanto del resto confermano le evidenze sulle zone di maggiore radicamento della Linke stessa: che guadagna voti all’Ovest ma li perde ad Est; che conquista consensi nei quartieri della borghesia riflessiva, ma li perde nelle zone operaie. Non ha pagato la linea sull’immigrazione (“refugees welcome” non è una politica), e questo ha neutralizzato il fatto (importante) che una parte dell’elettorato deluso dalla Grosse Koalition si è rivolto a sinistra, preferendo la Linke alla SPD. A questo proposito va detto che all’interno della stessa Linke chi aveva avanzato idee sensate sulla necessità di un’immigrazione regolata (Sahra Wagenknecht) è stata attaccata violentemente: i risultati si sono visti nelle elezioni.   

Nei suoi libri ha spiegato bene come la Francia fosse ad un bivio: o accodarsi all'Agenda 2010 della Germania e proseguire sulla linea dell'austerity o far cambiare marcia all'Europa opponendosi al dominio della locomotiva tedesca. Mi sembra netta la scelta di Macron, no?

Ha imboccato la prima strada, in questa direzione vanno senza alcun dubbio le (cosiddette) riforme del lavoro annunciate. È una pessima notizia per la Francia e per l’Europa. Se Macron riuscirà a realizzare queste misure proseguirà e si rafforzerà la tendenza alla deflazione salariale e alla compressione della domanda interna in Europa.

Detta così, l'Europa a due velocità ha imboccato un vicolo cieco. Il vento populista ha terreno fertile? 

Sì, direi che più importante della velocità è qui la direzione: che è quella sbagliata. Si è troppo spesso confuso l’internazionalismo con l’europeismo, e l’Europa con l’Unione Europea. Per contro, si è data troppo poca importanza al tema della democrazia e a quello, connesso, della sovranità popolare: la verità è che l’Europa di Maastricht è profondamente antidemocratica. Lo è per essenza, e non per accidente. È un’architettura disegnata nel periodo trionfale del neoliberismo, quello immediatamente successivo al crollo dell’Urss. Il suo impianto non è soltanto antisocialista, ma antikeynesiano. 

Lei spesso pone un problema di incompatibilità di questa Europa con i nostri dettami costituzionali...

Quando Tietmeyer (presidente della Bundesbank) nel 1998 si compiacque per il fatto che i politici europei, spogliandosi della sovranità monetaria – conferita a un’unica banca centrale indipendente - avevano avuto la saggezza di sostituire “il plebiscito quotidiano dei mercati” al “plebiscito delle urne”, sapeva cosa diceva. Per di più durante la crisi, una classe politica e tecnocratica assai poco lungimirante ha deciso di dare un ulteriore giro di vite a questa macchina neoliberale con il fiscal compact. Quel fiscal compact che oggi si vorrebbe includere nei Trattati. Faccio fatica a trovare un’idea più miope e regressiva.

Come uscirne? 

Capendo fino in fondo che l’assetto attuale dell’Unione Europea è il problema, e non la soluzione.  

In tutto questo, quali possibili scenari intravede?

Sinceramente non sono ottimista. Mi sembra che la consapevolezza dei problemi a livello politico sia assolutamente inadeguata. Si continua a perdere tempo con problemi nella migliore delle ipotesi secondari, non si ha alcuna strategia, e quindi si soggiace a quelle altrui. È quello che emerge dall’esame di tutti i principali dossier degli ultimi anni: dall’Unione bancaria al problema dell’immigrazione, alla politica energetica. Non conosco un solo caso in cui la soluzione adottata non sia stata svantaggiosa per il nostro Paese, e favorevole ad altri. 

L'Italia dovrebbe maggiormente battere i pugni sul tavolo a Bruxelles, è questo il problema?

Non si tratta soltanto né soprattutto di incapacità negoziale, che sarebbe comunque sconfortante. C’è un pregiudizio ideologico: ogni passo avanti dell’integrazione europea è considerato positivo a priori. E c’è la convinzione – contraria a ogni evidenza – che solo il “vincolo esterno” ci possa salvare. Quasi che, per qualche tara genetica, fossimo incapaci di governarci da soli. In genere la storia non è stata tenera nei confronti delle classi dirigenti e dei popoli dominati da questo tipo di convinzioni. 


* Fonte:  Micromega

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giovedì 28 settembre 2017

ELEZIONI 2018: UNICA LISTA DEI SINISTRATI? di Piemme

[ 28 settembre 2017 ]

Eccoli qui i sinistrati, in un bel quadretto di famiglia. 
La foto è stata scattata il 23 settembre scorso a Reggio Emilia, nell'ambito del festival di Sinistra Italiana.
In ordine partendo da sinistra: Pippo Civati (Possibile), Pierluigi Bersani (Articolo 1 -MDP), Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana), Tomaso Montanari (Brancaccio), 
Maurizio Acerbo (Prc).

Chi voglia godersi lo spettacolo, ovvero il sempiterno rito liturgico dell'unita delle sinistre, può pupparsi la video registrazione più sotto. Che ne viene fuori?
Leggiamo il sunto sul sito di Sinistra Italiana
«Il momento clou della Festa di Sinistra Italiana arriva a Reggio Emilia sabato sera quando le diverse anime della sinistra si siedono sul palco per discutere di un tema importante: Ora o mai più: la sinistra che cambia, la sinistra che innova. Con Bersani, Tomaso Montanari, Maurizio Acerbo e Pippo Civati, il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni ha chiesto un gesto di coerenza alla sinistra, un gesto che dia luogo a un patto politico ed elettorale delle forze che condividono idee e valori che si richiamano alla sinistra».
Il quotidiano la repubblica è più esplicito:
«Modello "Linke" alla sinistra del Pd: "Al lavoro per una lista unitaria alle Politiche.
Via libera a un raggruppamento elettorale che tiene insieme Mdp, Campo progressista, Sinistra Italiana e Possibile. Assemblea nazionale a novembre, dopo il voto in Sicilia».
La Sicilia, della qual cosa noi eravamo sicuri da tempo, si dimostra quindi essere il banco di prova di sperimentazione. Nell'isola infatti, in vista delle elezioni regionali del 5 novembre, i sinistrati sono effettivamente riusciti a mettersi assieme non-appassionatamente, dietro a Claudio Fava, in una lista che potrebbe chiamarsi "Cento passi per la Sicilia" —porno-restyling che ha suscitato la giusta ira di Giovanni Impastato, fratello di Peppino.

Il vero grande demiurgo dell'accozzaglia, Massimo D'Alema, questo vuole: evitare come la peste che vengano fuori due liste a sinistra del PD. Lo dice chiaro nell'intervista rilasciata al CORRIERE DELLA SERAIntervista alla quale il Corrierone ha dato il titolo perentorio "Mai col PD".
D'Alema si è affrettato subito dopo a precisare:
«Io non ho detto "mai con il Pd", come d'altra parte risulta anche dal testo dell'intervista, come sempre ben scritta dal collega Cazzullo, che ringrazio. Mi sono limitato a dire che non ci sono, oggi, le condizioni politiche e programmatiche per presentarci insieme alle elezioni... Tuttavia non credo affatto che si debba rinunciare in prospettiva ad un dialogo con il Pd per dar vita, in futuro, a un centrosinistra radicalmente innovativo. Questo comporta, come ha detto più volte Giuliano Pisapia, una chiara discontinuità di contenuti e leadership».
Mai con Renzi quindi, ma sempre col PD, di cui la "nuova ditta" è una momentanea succursale. La qual cosa non è tuttavia considerata garanzia sufficiente di centro-sinistrismo (vedi LA STAMPA di oggidall'ectoplasma pisapiano. Ectplasma che manda a dire a D'Alema: primo, che Pisapia non andrà alla assemblea da lui convocata per il 19 novembre e, secondo:
«Se passa il Rosatellum le strade com MDP, o almeno parte di loro, si separano e noi faremo una coalizione [con Renzi, s'intende]. Se resta la legge attuale saremo probabilmente costretti e fare una lista insieme. Ma non durerà comunque, siamo troppo distanti, anche culturalmente».
Un'intervista, quella di D'Alema che ha scontentato anche Tomaso Montanari, promotore dell'assemblea dei cani sciolti del Brancaccio che ha precisato a sua volta:
«Oggi MDP è impegnato in una seria riflessione, che rispetto profondamente, e di cui aspetto l'esito: se rimarrà attuale il progetto di sostanziale convergenza con il Pd siglato dalla leadership di Giuliano Pisapia, allora sarà evidentemente impossibile camminare insieme. In caso contrario, la lista unitaria potrà diventare reale».
Che quindi alle prossime elezioni ci sia una sola lista dei sinistrati è da vedere. Dipende, come abbiamo visto, dalla legge elettorale, e comunque non sarà facile tenere dentro tutto l'arcobaleno 2.0, da Pisapia ai Brancacci fino a Rifondazione comunista. Di sicuro è quel che vogliono D'Alema e Bersani, che le tenteranno tutte per evitare due liste concorrenti a sinistra del PD. Serve allo scopo di ridurre a più miti consigli sia l'ex sindaco di Milano che i Brancacci.

Dovessi scommettere, direi che al 70% l'accozzaglia si farà, di sicuro se resta il Consultellum e se la lista di Fava in Sicilia supererà di slancio lo sbarramento del 5%, magari sfiorando l'agognato 10%. La cosa altamente probabile è quindi che avremo il listone e poi, il giorno dopo le elezioni, ognuno per fatti suoi, in base alla massima primum vivere, anzi galleggiare. Gli uni a fare da stampella al futuro governo, gli altri a fare l'opposizione di sua maestà.

Sorvoliamo per carità di patria su Civati. Non sarà certo Sinistra Italiana a mettersi di traverso. Quelle sulla "discontinuità" col centro-sinistra sono solo specchietti per le allodole. Che ha proposto infatti Fratoianni a Reggio Emilia?
"... un patto politico ed elettorale delle forze che condividono idee e valori che si richiamano alla sinistra". 

Ecco, di nuovo l'inganno dei "valori", la foglia di fico moralista e pietista dietro cui la sinistra transegenica prova a nascondere assieme alla propria impudicizia ogni sorta di peccato mortale politico. Che MDP sia oggi nella maggioranza di Gentiloni, che proponga una legge elettorale infame come il Mattarellum, che sia la frazione più europeista e più anti-sovranista, cosa volete che conti per Fratoianni...



E Rifondazione Comunista? Temo che farà come in Sicilia. dato lo scarso peso politico e pur di far parte dell'accozzaglia, piscerà disinvoltamente sopra alle tesi del recente congresso e andrà da D'Alema e Bersani col cappello in mano per avere la garanzia (legge elettorale permettendo) di rientrare in Parlamento, ciò nella speranza di sopravvivere. Ho il sospetto che Ferrero e Acerbo — Acerbo, che nella tavola rotonda di Reggio Emilia ha giocato il ruolo di Pierino tirando in ballo a totale sproposito France Insoumise— facciano i conti senza l'oste. Rifondazione potrebbe pagare caro il prezzo dell'inciucio, intendo una nuova scissione. Il che sarebbe il de profundis del PRC.

E ora, per i San Tommaso, ascoltate quel che ci dice la mesta compagnia (Pisapia convitato di pietra):


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SICILIANI: È L'ORA DELLA SOLLEVAZIONE di Beppe De Santis

[ 28 settembre 2017 ]

Parla Beppe De Santis, tra i promotori del movimento-lista NOI SICILIANI CON BUSALACCHI - SICILIA LIBERA E SOVRANA.

«Siciliani, in vista delle elezioni del 5 novembre ci stiamo organizzando, ci stiamo incamminando per legittima difesa, in un'embrionale grande comunità civica. I cittadini contro i predoni; noi, il popolo, contro i parassiti al servizio delle oligarchie finanziare neoliberiste, europee e mondiali. Abbiamo deciso di sfidarle frontalmente, anche con una nostra lista . Davide contro Golia...»


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mercoledì 27 settembre 2017

CATALOGNA: LA SECESSIONE NON È LA SOLUZIONE di Xarxa Socialisme 21

[ 27 settembre 2017 ]

No alla secessione, si alla sovranità popolare in una Spagna repubblicana e federale fuori dalla gabbia dell'Unione europea. 

Alle porte dell'annunciato referendum per la secessione pubblichiamo la risoluzione dei compagni catalani di Xarxa Socialisme 21.


Articoli già pubblicati sulla vicenda catalana:
CATALOGNA: NAZIONALISTA CHI? di Moreno Pasquinelli (12 luglio)
NESSUNA VERA INDIPENDENZA È POSSIBILE NELLA GABBIA DELLA UE di Xarxa Socialisme 21 (16 luglio)

- LA CATALOGNA, LA SPAGNA E L'UNIONE EUROPEA di Diosdado Toledano (10 settembre)
PODEMOS E L'INDIPENDENZA DELLA CATALOGNA di Manolo Monereo (21 settembre)
VIVA LA CATALOGNA, ABBASSO L'ITALIA di Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta (27 settembre)




«Il governo di Mariano Rajoy, con il suo immobilismo politico davanti all’intricato conflitto tra la Catalogna e lo Stato spagnolo, col fardello della corruzione e delle sue politiche antisociali, è diventato il fattore decisivo che alimenta e stimola l'indipendenza.

L'ex presidente Artur Mas e il suo partito CiU  [Convergència i Unió, alleanza dei due partiti nazionalisti catalani di centro-destra CDC e UDC scioltasi nel 2015; NdR], campioni nella corruzione e nell'attuazione delle politiche austeritarie imposte dall'Unione europea —privatizzazione della sanità, dell'istruzione, il taglio di reddito minimo (PIRMI), ecc.; L'ex presidente Artur Mas e il suo partito CiU che hanno sostenuto con il loro voto nel parlamento di Madrid la liberista riforma del lavoro e la legge antipopolare Legge di bilancio statale —che è lo strumento politico e fiscale per imporre tagli sociali (compreso l'attuale intervento di Montoro nel governo della Generalitat), hanno sfruttato il malessere sociale per condurlo verso il sogno di un'indipendenza della Catalogna che restituirebbe il benessere sociale persi.

Spacciando questa illusione hanno trovato il sostegno delle forze indipendentiste tradizionali come la ERC e la CUP. Nel suo impegno prioritario per la "indipendenza formale della Catalogna", il blocco indipendentista non ha rispettato né il lo Statuto [d’autonomia della Catalogna, NdR] né le norme parlamentari, ed hanno tradito la difesa degli interessi della maggioranza sociale e della classe lavoratrice, approvando misure antisociali come "Legge transitoria" che sancisce il rapporto di schiavitù dei cittadini della Catalogna, ovvero il debito illegittimo con i fondi speculativi e le banche dell'Unione europea, che istituzionalizza le regole austeritarie imposte dalla UE, e che contempla l’impegno ad applicare le nuove leggi e misure che potranno essere concordate in futuro. Per non  parlare del modello istituzionale presidenzialista autoritario della Repubblica catalana in cui la magistratura vede lesa la sua indipendenza.

Questa rinuncia alla sovranità economica, oltre a tradire le fondamenta di una indipendenza reale, mostra il vero carattere dell'indipendentismo della Catalogna: una lotta in seno alla classi dominanti per la re-distribuzione del potere politico per meglio  perpetuare il dominio sulle classi popolari.

Perché il blocco indipendentista ha voluto l’accelerazione?
Per l'erosione di consensi del movimento indipendentista —come dimostrano le stesse indagini del Centro per gli studi di opinione legato alla Generalitat—, per i mutamenti della mappa politica in Spagna, tra cui l'emergere di Unidos Podemos e i cambiamenti in seno al PSOE; per il logoramento del Partido Popular lontano dalla maggioranza assoluta e che può essere cacciato dal governo  da una mozione di sfiducia vincente.

Questo blocco, temendo il peggio, ha promosso un referendum sull'autodeterminazione senza garanzie democratiche, senza un minimo di partecipazione per dargli legittimità, senza la trasparenza richiesta per ottenere il suo riconoscimento internazionale. In queste condizioni, il blocco indipendentista  offre al PP ed ai partiti centralisti la possibilità di ottenere credibilità davanti alla  maggioranza sociale che in Catalogna non è indipendentista, e provoca isolamento e ostilità tra la grande maggioranza sociale dello stato spagnolo.

Lungi dal negoziare e cercare consenso con le forze politiche emergenti come "Cataluña Si Que Es Pot" o "Catalunya en Comú" con l'obiettivo di espandere alleanze in Catalogna e nel resto dello Stato spagnolo, il blocco indipendentista procede verso una sconfitta sicura, spingendo la gran parte della sua  base sociale verso la frustrazione, il vittimismo e la rassegnazione.

L'enorme divisione sociale provocata, ha carattere trasversale e può causare danni difficili da riparare nella società. In queste circostanze è comprensibile che "Catalunya en Comú" non riconosca il carattere di un referendum di autodeterminazione, respinga la sua natura vincolante e di conseguenza si opponga alla dichiarazione unilaterale dell'indipendenza, ed abbia quindi optato per una proposta sufficientemente flessibile per garantire che la sua base non si divida. "Catalunya en Comú" si è limitata a una mobilitazione politica per il “diritto di decidere” allo scopo di conservare legami di comprensione con i cittadini e ricostruire i ponti sociali e politici che permettano di sostenere un'alternativa che dia una soluzione soddisfacente ad un problema politico dirimente. Tuttavia, il tentativo del blocco indipendentista è quello coinvolgere "Catalunya en Comú" allo scopo di aumentare la partecipazione al referendum e ottenere così la legittimità per dichiarare l'indipendenza unilaterale. I rischi di confusione e divisione nella base elettorale di “Catalunya in Comú” sono molto elevati, e possono essere neutralizzati solo con un discorso chiaro e fermo di non riconoscimento del carattere vincolante di questa vicinanza, e quindi disobbedendo ad ogni tentazione di Presidente Puigdemont di dichiarare l’indipendenza della Catalogna.

La crisi del regime di transizione in Spagna ha le sue radici nella perdita della sovranità popolare ed economica con l'integrazione in un'Unione europea al servizio delle oligarchie del centro europeo, in particolare della Germania. Finché non si affronta questa questione cruciale e continuano ad essere applicate politiche anti-sociali neoliberali, la crisi sociale e politica in Spagna e in Catalogna proseguirà il suo percorso e avrà in futuro diverse forme.

Di fronte alla grave crisi istituzionale aperta dall'avventura del blocco indipendentista e la chiusura del governo statale, come organizzazioni della sinistra trasformatrice e sovraniste, sia in Catalogna che in Spagna, dobbiamo promuovere un'alternativa politica e sociale che impedisca la regressione centralista dello Stato e l’estensione delle pratiche antidemocratiche che il governo cercherà di giustificare di fronte alla spinta all’indipendenza.


L'obiettivo che può unire le classi popolari e d i popoli dello stato spagnolo è l'articolazione di un'ampia alleanza per cacciare il PP dal governo, per mezzo di una mozione di sfiducia. Ma questo sarà possibile solo se avremo una mobilitazione popolare nelle strade e nelle piazze, finalizzata ad abrogare tutte le leggi ingiuste come la riforma (anti)lavoro, quella delle pensioni, come la Legge di bilancio, la legge bavaglio, le privatizzazioni, ecc., nonché avanzare proposte per superare la disoccupazione di massa, ecc. Questo processo dovrebbe essere basato sulla richiesta di una effettiva sovranità popolare, preservando l'unità e l'autonomia dei movimenti sociali, così come relazioni basate sul dialogo, la razionalità e la fraternità in un conflitto particolarmente emotivo.

In questo processo dobbiamo opporci ad ogni irrazionalità, alla coltivazione dell'odio, agli scontri fratricidi che cercano di dividere il popolo, ad ogni esercizio di violenza per attaccare opinioni diverse. Né arresti, né purghe, né esclusioni risolveranno le cose. Chiamiamo alla difesa degli obiettivi comuni dell'emancipazione e dei diritti democratici del popolo. Particolarmente all'interno dei movimenti sociali e delle forze trasformatrici.

In Catalogna, di fronte al fallimento della strategia senza sbocchi del blocco indipendentista, dobbiamo promuovere lo sviluppo della forza trasformatrice e alternativa che strappi il governo della Generalitat dalla mani delle forze conservatrici e falsamente sovraniste.

Se questo è il questo compito, dobbiamo costruire la mobilitazione sociale e popolare contro il regime della monarchia e aprire un processo costituente nello Stato spagnolo nel suo complesso che permetta di saldare le legittime aspirazioni dei popoli spagnoli in una federazione di libera adesione, affinché sia un vero passo nel recupero della sovranità economica e popolare, per superare il capitalismo e avanzare verso il socialismo».

Settembre 2017
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Xarxa Socialisme 21

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VIVA LA CATALOGNA, ABBASSO L'ITALIA di Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta

[ 27 settembre 2017 ]
Lucido e penetrante l'articolo di dei compagni Porcaro e Boghetta. Curioso che essi indichino il peccato ma evitino di dire chi sia il peccatore. Proviamo a indovinare: si tratta forse di Eurostop? Eurostop soffre di un clamoroso strabismo: al pieno appoggio al secessionismo catalano fa da contraltare la condanna come reazionario del patriottismo italiano. Un errore strategico che è stato uno dei motivi per cui Programma 101 ha deciso di abbandonare Eurostop. Porcaro e Boghetta invece hanno deciso di restarci, ritenendo, bontà loro, che Eurostop sia il solo canale esistente per costruire un'alternativa anti-sistema. Vedremo che impatto avrà in Eurostop la critica di Porcaro e Boghetta. Temiamo nessuno. 
Articoli già pubblicati sulla vicenda catalana:
- CATALOGNA: NAZIONALISTA CHI? di Moreno Pasquinelli (12 luglio)
- NESSUNA VERA INDIPENDENZA È POSSIBILE NELLA GABBIA DELLA UE di Xarxa Socialisme 21 (16 luglio)

- LA CATALOGNA, LA SPAGNA E L'UNIONE EUROPEA di Diosdado Toledano (10 settembre)
- PODEMOS E L'INDIPENDENZA DELLA CATALOGNA di Manolo Monereo (21 settembre)



VIVA LA CATALOGNA, ABBASSO L'ITALIA  
di Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta

«La “questione Catalogna” fa emergere le contraddizioni analitiche e teoriche della variegata realtà della sinistra italiana cosiddetta radicale e dei comunisti.
La Spagna è composta di 17 comunità che godono di ampia autonomia giuruisdizionale (sicurezza, istruzione ecc.), in particolare quelle catalana, basca e galiziana. Di fatto hanno molti più poteri della italiane regioni a statuto speciale.
Ovviamente è quasi un riflesso condizionato condannare l’intervento della polizia. Scontato è parteggiare per il popolo catalano che vuole un referendum: un referendum non si nega a nessuno. La sinistra in tutte le sue versioni è stata sempre favorevole a tutte le lotte di liberazione nazionale, anche perché, quelle lotte erano quasi sempre orientate alla costruzione del socialismo e vedevano il movimento operaio e contadino protagonista. Ma da tempo la lotta per il socialismo è stata abbandonata dalla sinistra e i comunisti stessi il socialismo non lo sanno più declinare. Ed è per questo che le cose scontate finiscono qui. Tanto più che siamo in una fase politica completamente nuova.
Da una parte la globalizzazione liberista occidentale ha incontrato una forte resistenza. Viviamo in un mondo multipolare, anche se le conseguenze di questo fatto non si sono ancora pienamente manifestate. Dall’altra c’è l’Unione Europea, la crisi del super-stato federale e il passaggio ad un modello a velocità tedesca, col forte protagonismo di due nazioni (l’altra è la Francia), ben superiore a quello degli asfittici organismi comunitari. Questi ed altri eventi hanno riproposto, dopo la sbornia della presunta fine degli Stati che tanto ha inebriato la sinistra noglobal, la questione dello stato nazionale. Il “caso Catalogna” si innesta in queste crisi e ripropone la questione della nazione e dell’interesse nazionale.

In effetti la natura del super-stato unionista e la cessione continua di sovranità a Bruxelles, acuendo le tare storiche dei diversi stati nazionali, ha alimentato la tendenza all’autonomia delle regioni (ed in alcuni casi la loro spinta a costituirsi in nazione): Scozia, Fiandre, Baviera, e appunto Catalogna. O l’invenzione di entità nuove: la Padania. Ma la stessa dinamica che produce le scissioni, tende a renderle potenzialmente irrilevanti. L’’Europa che si va sempre più ristrutturando attorno all’asse tedesco fa sì che l’ eventuale indipendenza politica della Catalogna (o di altri territori) potrebbe convertirsi in acuita dipendenza economica (e soprattutto in acuita dipendenza delle classi popolari) se accanto al rapporto con Madrid non si ridiscute quello con Bruxelles/Berlino/Parigi. Si può ben presto ridiventare periferici e dipendenti se non si cambiano le politiche che, appunto, sono esattamente le medesime a Madrid come nella Bruxelles germanizzata. Questa è una grande questione aperta: e vale anche per il secessionismo (esplicito o mascherato) della Lega Nord, che diventerebbe il sud della Germania. Ma del referendum di Maroni e Zaia parleremo in un altro articolo.
Dentro questo quadro, come giudicare allora l’indipendentismo catalano?
Il principio generale non può che essere sempre quello dell’autodeterminazione dei popoli: e “chi” sia un popolo lo decide il popolo stesso. Ma la valenza ed il giudizio politico lo decidono i contenuti interni al processo e gli effetti che vengono prodotti nel contesto della fase.
L’indipendentismo e l’autodeterminazione catalani hanno attraversato vari momenti, si sono nutriti di diversi obiettivi, compreso il tema (a volte preminente) della questione fiscale: diamo molto e riceviamo poco (vedi Lega). Ora, tuttavia, sembra che l’irrigidimento centralistico di Madrid, sfumate le ipotesi federaliste e peggiorati gli effetti del liberismo, favoriscano una ribellione più marcatamente identitaria, più radicata nella storia dell’indipendentismo: una rivendicazione di indipendenza in quanto tale.
Se si trattasse solo o soprattutto di questo, la cosa potrebbe interessarci solo relativamente. Per noi l’aspetto decisivo per formulare un giudizio positivo o meno sta nel capire quanto in questo processo secessionista conti la questione di classe e popolare. Sta ne capire se nella secessione, o comunque nell’autonomismo, la questione di classe, gli interessi popolari, la democrazia partecipata possono trovare più spazi per esprimersi e divenire centrali. Molto spesso in questi contesti, dentro a fasi di forte movimento e di partecipazione, i temi di interesse popolare tendono ad emergere, a trovare spazio, a
Parlamento spagnolo: i deputati catalani lasciano
la seduta in segno di protesta e....
volte a diventare egemoni. E così sembra stia accadendo. Del resto, importanti spezzoni delle classi dominanti sembrano al momento contrari o agnostici…loro da tempo sono sovranazionali. Lasciamo comunque aperte le possibilità di giudizio, ripetendo che nel caso di una rivendicazione di autonomia nazionale, sia essa fatta da una piccola o da una grande nazione, quel che per noi conta è l’analisi dei contenuti di classe e degli effetti geopolitici del movimento. Quell’analisi che, per intenderci, se ci fa guardare con interesse alla Catalogna, ci fa invece opporre ai referendum leghisti, fatti per creare un nano politico orientato al liberismo ed al servilismo verso la Germania.
La cosa che in ogni caso appare chiara e lampante è la stridente contraddizione tra le numerose voci di sinistra che si sono levate (a volte in maniera anche acritica) a favore della lotta nazionale catalana e l’assoluto silenzio, quando non la contrarietà, di quelle stesse voci rispetto alla questione italiana, alla necessità della sua secessione dall’Unione europea e dai meccanismi di dipendenza politica, culturale ed economica ad essa connaturati. Una lotta nazionale che oggi si intreccerebbe con la lotta di classe e popolare, essendo ormai il grande capitale transnazionale e antinazionale fin da Maastricht. E che si intreccerebbe con la lotta antifascista ed antiautoritaria: ci siamo già dimenticati che l’Unione Europea ha operato in modo golpista, in Grecia, cancellando il risultato delle elezioni politiche e del referendum, e in Italia, con l’estromissione forzata di Berlusconi (che andava certo cacciato, ma in un altro modo) per imporre Monti.
A questo si dovrebbe pensare. E invece niente. Viva la Catalogna, abbasso L’Italia. E abbasso, ancor di più l’interesse nazionale, che in Italia fa addirittura fatica ad essere gestito dalla stessa destra: ne parlano, ma in fondo sono a stelle e strisce. Questo per dire quale è la necessità profonda di fare i conti con la nostra situazione e la nostra controversa ed incompiuta storia. Infatti, anche solo in questo ultimo anno tanti sono stati gli eventi che pongono al centro questo tema: lo scontro con la Francia sui cantieri navali e sulla Libia (guerra compresa), il caso Regeni e, con ancor più diretto legame con le questioni di classe, i “casi” Telecom ed Alitalia (qui il non voler riconoscere il ruolo di imprese di interesse nazionale e quindi una forma pubblica di esse ha immediate ricadute sulla condizione dei lavoratori). Per non parlare dell’interesse di classe a contrastare il nostro declino nazionale, progressivo e inevitabile nel quadro attuale, attraverso una politica di interventi pubblico, di piena occupazione e di innovazione produttiva fatta, prima che di tecnologie, di protagonismo dei lavoratori.

Per altro, il mondo policentrico, i problemi degli Usa di Trump e con Trump, le divergenze con la Germania, le difficoltà della Nato, le iniziative della Cina fanno intravedere gli spazi dove gli interessi nazionali e popolari possono incunearsi per trovare adeguato sviluppo. Spazi per praticare la propensione geo-politica alla costruzione di aree economiche cooperative che consentano di porre mano ad una politica a favore del lavoro, e cioè alla costruzione di condizioni internazionali che consentano di cominciare ad attuare finalmente la Costituzione.
Ma, nonostante tutto ciò, sembra che tutte le lotte nazionali vadano bene tranne quella del proprio paese. Qui si inventano mille scuse : il nazionalismo è sempre reazionario (anche a Cuba, anche in Palestina?); il paese è piccolo e non conterebbe (come se la Catalogna fosse chissà cosa), l’Italia ha un passato coloniale (già, ma con la Libia l’aveva in buona parte superato finché, buttando a mare l’interesse nazionale, non ha buttato a mare anche l’indipendenza di quel paese); l’Italia è un paese imperialista (già, ma oggi è un paese dipendente, e può contrastare questa dipendenza solo sganciandosi dall’ “imperialismo unitario” dell’Occidente).
Tutte scuse per evitare di far politica davvero nel proprio paese affrontandone i problemi reali.

L’indipendenza sì, ma è un’indipendenza “nimby”, not in my backyard, non nel mio giardino: si rischia di dover lavorare sodo, e qualcuno potrebbe calpestare i fiori!».
* Fonte: Socialismo 2017


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martedì 26 settembre 2017

ROSATELLUM 2.0: L'UNICA COSA CERTA di Leonardo Mazzei

[ 26 settembre 2017 ]

Coalizioni o car pooling? A proposito della nuova proposta di legge elettorale targata Renzi-Berlusconi

Andrà davvero in porto l'ennesimo raggiro sulla legge elettorale congegnato dalla collaudata coppia formata dal Buffone di Arcore e dal Bomba di Rignano?

Al momento non lo sappiamo. A giudicare dallo schieramento che si è pronunciato a favore del Rosatellum 2 (Pd, Forza Italia, Ap e Lega) non dovrebbero esserci incertezze. A leggere invece le cronache di questi giorni qualche dubbio appare assai fondato. Non solo Renzi è più prudente del solito, ma i gruppi parlamentari del Pd sembrano divisi sia per motivi politici che per i diversi interessi di tanti deputati e senatori.

Certo, se il quartetto di cui sopra fallisse, a dispetto dei numeri di cui dispone, saremmo di fronte all'ennesimo sputtanamento di una classe dirigente che in materia detiene già molti record. Ma questo lo sapremo solo nelle prossime settimane.

Intanto cerchiamo di capire tre cose: come funzionerebbe la nuova legge qualora venisse approvata, quali scenari disegna, quale accordo politico la sostiene.


Rosatellum 2: al peggio non c'è limite

Da anni ormai, ogni nuova proposta di legge elettorale ha l'indubitabile pregio di far rimpiangere quella precedente. La fantasia truffaldina di certi personaggi, cui i partiti di regime delegano i lavori più sporchi, non ha davvero limiti. Il Rosatellum 2 non fa certo eccezione, anzi!

Con questa legge il 36% dei deputati e dei senatori viene scelto in collegi uninominali all'inglese, dove chi vince piglia tutto. Agli altri nulla resta, neppure lo scorporo parziale che c'era col Mattarellum. Il restante 64% dei seggi viene attribuito in collegi plurinominali (circa un centinaio, ma ancora da disegnare). Per l'ammissione alla ripartizione dei seggi le liste devono superare il 3% a livello nazionale.

Sono di nuovo consentite —grande vittoria della destra— le coalizioni. Si torna dunque, per questo aspetto, al tanto aborrito Porcellum. Sono però riconosciute come "coalizioni" solo quelle che superano il 10% dei voti. Questo è un aspetto molto importante, perché solo queste ultime avranno diritto al recupero dei voti delle liste, interne alla coalizione, che non abbiano raggiunto il 3% avendo però superato l'1%. Nelle coalizioni al di sotto del 10% questo recupero non è invece concesso. Quanto possa essere costituzionale una simile disparità i lettori possono giudicarlo da soli

Un altro aspetto da segnalare —qui i maneggioni che hanno elaborato la proposta si sono ispirati al Tedeschellum abortito in aula a giugno— è che non c'è voto disgiunto tra quota maggioritaria e quota proporzionale. Al contrario, sarà il voto nel collegio uninominale (maggioritario) a trainare quello proporzionale. Qui il vantaggio delle forze sistemiche (Pd e destra) è del tutto evidente. Ancor più lampante la volontà di colpire M5S, che nei collegi uninominali avrà inevitabilmente candidati meno conosciuti.

Infine, dopo tanti discorsi sulle preferenze, dopo gli stessi pronunciamenti della Corte Costituzionale, si torna alle liste interamente bloccate. Qui la giustificazione è che gli elettori potranno almeno scegliere un terzo dei parlamentari nei collegi uninominali. Il che è totalmente falso, perché se io voglio votare il partito x, sarò inevitabilmente costretto a votare il candidato y che lo rappresenta nel mio collegio, dunque niente a che vedere con le preferenze.

Una legge su-misura per i soliti noti

Belli i tempi in cui si parlava di leggi ad personam! Qui siamo ormai a leggi pensate su-misura per avvantaggiare alcuni partiti, danneggiandone altri. Di più, siamo di fronte ad una proposta di legge che mira a predeterminare con millimetrica precisione la futura maggioranza di governo. Uno schiaffo alle più basilari regole democratiche che grida davvero vendetta.

Come abbiamo già visto, il vantaggio di Pd e destra è dato dai collegi uninominali e dalla soglia del 10%. Per accettare i collegi uninominali la destra ha preteso (ottenendolo) il ripristino delle coalizioni, senza le quali sarebbe stata tagliata fuori.

Del danno ai pentastellati si è detto. Sia chiaro, con il profilo neo-democristiano scelto, con la candidatura di Di Maio l'insipido, M5S ci ha messo molto del suo per autoescludersi a priori dalla partita per il governo del Paese. Ma questo non cancella la gravità di una legge pensata innanzitutto in funzione M5S. C'è però un'altra area politica volutamente colpita da questa legge. Si tratta dell'area Mdp-Pisapia-Sinistra Italiana, un raggruppamento che non raggiungendo il 10% non avrà i privilegi delle coalizioni riconosciute.

Ai danneggiati da questa orrenda legge bisognerebbe però ricordare il detto secondo cui chi è causa del suo mal pianga se stesso. E sia M5S, che il blocco dei sinistrati di cui sopra, hanno le loro colpe. Quella di non aver mai veramente sostenuto il sistema proporzionale come l'unico democratico, quella di essersi esercitati anzi con proposte ultra-maggioritarie i bersaniani (con il loro Mattarelum peggiorato), e con disegni comunque truffaldini M5S (il modello spagnolo). Così, oggi che il duo Renzi-Berlusconi vuole colpirli entrambi, possono sì lamentarsi del danno che andrebbero a subire, ma non possono certo rivendicare una cristallina posizione democratica.

Il patto Renzi-Berlusconi (e il loro dialogo immaginario)

Se stabilire chi guadagna e chi perde col meccanismo truffaldino del Rosatellum 2 è cosa da ragazzi, vediamo ora qual è la coalizione di governo per cui è stato pensato.

Se la coalizione elettorale più avvantaggiata è certamente quella della destra, è però all'alleanza post-elettorale che hanno guardato in primo luogo i suoi ideatori. E la spiegazione di tutto sta nel patto Renzi-Berlusconi. Chi scrive —sbagliando— pensava che Renzi non avrebbe mai concesso il ritorno alle coalizioni sulla scheda elettorale, questo per il banale motivo che il Pd una vera coalizione di forze alleate non ce l'ha. Dunque, perché suicidarsi?

Ma —l'abbiamo già detto— quando si tratta di imbrogliare questi qua non mettono limiti alla fantasia. La Costituzione? Le basilari norme democratiche? La regola di condividere la legge elettorale con l'opposizione? E chissenefrega!!! Quel che conta è solo il risultato, ed ecco così servito un sistema assai bizzarro, dove è vero che avremo le coalizioni pre-elettorali, ma dove si è stati ben attenti a che nessuna delle due (destra e Pd+cespugli), pur avvantaggiandosene su M5S, possa avere da sola la maggioranza dei seggi.

Questo perché? Hanno avuto forse qualche scrupolo democratico? Scordatevelo. Semplicemente, il Bomba vuol tornare ad ogni costo a Palazzo Chigi. E non è un segreto per nessuno che possa farlo solo con un accordo con il Buffone di Arcore. Fin qui siamo alla fondamentale scoperta dell'acqua calda. C'era però un problema. Con la legge attuale —uscita dalle sentenze della Consulta— la maggioranza in parlamento Pd e Forza Italia l'avrebbero vista solo con un potente cannocchiale. D'accordo imbarcare gli alfaniani, che stanno al mondo solo per quello, ma coi voti che hanno non sarebbero mai stati sufficienti. Imbarcare allora Mdp e soci? In linea generale nessun ostacolo, se non fosse per il niet a Renzi. Un dettaglio non proprio trascurabile, specie se visto da Rignano sull'Arno.

Ecco allora il Rosatellum 2. In fondo non è difficile immaginare il dialogo che dev'essersi svolto tra i due. Armiamoci anche noi di un po' di fantasia (ne basta sempre meno che per congegnare l'obbrobrio della legge elettorale di cui ci stiamo occupando), e capiremo meglio i come e i perché dell'accordo trovato.

Renzi. Guarda Silvio che non abbiamo i numeri per farcela. Bisogna ritornare ad un sistema più maggioritario.

Berlusconi. Lo so Matteo, ma non penserai mica di fregarmi con un nuovo Italicum?

R. No, non ti voglio fregare, voglio Palazzo Chigi e tu avrai quel che ti serve, per Mediaset e non solo.

B. Allora c'è un solo modo: devi ridarmi le coalizioni.

R. Ma così sei tu che mi freghi. Io dove ce l'ho una coalizione?

B. Tranquillo, qualcosa ti inventi. Alfano, per esempio, te lo lascio. Ma poi, mica dobbiamo fare delle vere coalizioni! A me serve solo un taxi per i collegi uninominali. Poi dopo il voto scendo e vengo da te.

R. E chi mi assicura che scendi? Come glielo spieghi ai tuoi?

B. Semplice: studiamo un meccanismo dove noi due insieme avremo la maggioranza di sicuro, ma senza che nessuna coalizione possa vincere da sola.

R. E come facciamo ad essere così sicuri? Col maggioritario tutto può succedere. 

B. Non essere ingenuo. Basta scegliere la giusta dose di maggioritario. Ne ho parlato con Verdini, la formula c'è. Tu parlane coi tuoi, che quando si tratta di imbrogliare non sono secondi a nessuno.

R. Va bene, ma non voglio scherzi. Di te mi fido, ma tra i miei ce n'è più d'uno che mi infinocchierebbe volentieri. E dietro hanno forze potenti... Quelli immaginano una nuova coalizione di centrosinistra, nuove primarie, un'idiota come Pisapia tra i piedi. Non so se ti rendi conto?

B. Certo, certo. Ma li puoi fermare solo prendendo prima tu l'iniziativa.

R. Questo è giusto. Ma già che ci siamo troviamo anche il modo di dare un colpetto a D'Alema e Bersani.

B. A me va bene. 

R. Ma come farai con Salvini?

B. Salvini è un uomo di mondo. Sa che tanto al governo non ci va. Sì, adesso non parla più dell'euro, sai quanto gliene frega... Ma sa che ai piani alti non piacerebbe lo stesso. A lui basta fare il pieno nei collegi del nord. Glielo concederò, poi ognuno per la sua strada.

R. Ma non ti accuseranno di tradimento della coalizione?

B. Tradimento? E perché. Tradirei se avessimo i voti per governare. Ma quelli non li avremo. Si imporranno le "larghe intese". Salvini e la Meloni si sfileranno. Io no: viva l'alleanza tra le forze che in Italia rappresentano i due maggiori partiti europei!    

R. Bene, accordo fatto. Ma evitiamo di gridarlo ai quattro venti, che poi magari in parlamento i franchi tiratori non mancheranno. Se andrà male non dovrà essere colpa nostra.

B. Beh, questo è più difficile, ma possiamo sempre accusarci reciprocamente, che un po' di teatrino non guasta mai.

Conclusioni

Solo fantasia? Chissà. Ma a me solo immaginando un siffatto dialogo le cose riescono a quadrarmi. Diversamente non si capirebbe la concessione di Renzi, che stupido non è, sulle coalizioni. Né si capirebbe lo strano dosaggio tra proporzionale (64%) e maggioritario (36%). 

Ma c'è qualcosa di più. Ed è che la legge prevede che le singole liste, non le coalizioni, presentino formalmente un programma elettorale. Ora, se le coalizioni fossero fatte per reggere —e, nel caso, per governare— tutto ciò non avrebbe senso. Se invece le coalizioni devono essere solo un taxi elettorale, meglio una sorta di car pooling applicato alla politica, il senso c'è eccome.

Se la mia tesi è giusta —ma prima si dovranno superare gli ostacoli parlamentari, di cui non ci occupiamo in questo articolo— avremmo una situazione pre-elettorale assai pittoresca.

Un mio amico —persona simpatica se non avesse questa fissa— chiude ogni discussione sulla legge elettorale in questo modo: «Si, va bene, ho capito quello che dici, ma io la sera delle elezioni voglio sapere chi ha vinto!». Ora, se il patto Renzi-Berlusconi avrà i voti necessari per diventare legge, lui sarà non contento, ma contentissimo, dato che —almeno per questo giro— il nome del vincitore (quello di chi andrà a Palazzo Chigi) lo saprà con ogni probabilità da subito, senza neppure dover aspettare quella sera!

Certo, il governo che ne verrà fuori sarà comunque debole. Ma la sua vita dipenderà innanzitutto dalla nascita di un'opposizione degna di questo nome, altro che il Salvini ri-berlusconizzato o il Di Maio integralmente democristianizzato, per non parlare dei sinistrati senza idee e senza consensi.

In ogni caso, tornando alla legge elettorale, tra tante incertezze che rimangono una cosa è certa: dietro il Rosatellum 2 c'è il patto di ferro tra il Bomba di Rignano ed il Buffone di Arcore. Ogni altra ipotesi è destituita di fondamento.


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