ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

martedì 17 ottobre 2017

CATALINISMO, EUROPEISMO E OPEN SOCIETY

[ 17 ottobre 2017 ]

Come andrà a finire la partita tra le autorità spagnole e quelle catalane? Non lo sappiamo, e non lo sanno nemmeno loro, i leader dei due fronti. Quale sia la nostra posizione e perché non condividiamo il secessionismo, e perché abbiamo condannato la repressione spagnola, l'abbiamo detto e scritto a chiare lettere.

Torniamo sopra alla questione per mostrarvi un video, molto ben fatto, potente, ammiccante, struggente. E' un video prodotto dalla più antica associazione politico-culturale indipendentista catalana, la OMNIUM. Presidente attuale della OMNIUM è Jordi Cuixart i Navarro, uno dei due leader catalani accusati di sedizione da Madrid e arrestati questa mattina. Jordi Cuixart i Navarro è un noto industriale, tra i fondatori della confindustria catalana, la FemCat. 
Ma perché segnaliamo questo video clip? Solo per far capire a noi stessi come si fa oggi giorno la comunicazione di massa? No.
Lo pubblichiamo perché esso fa capire quale sia l'ideologia egemone in seno all'indipendentismo catalano (e quindi quali appoggi abbia e quali appoggi invochi). Europeismo conclamato, il Soros-pensiero o della open society... Un indipendentismo farlocco quindi, che nasconde un globalismo ortodosso.



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LA RUSSIA E IL MEDIO ORIENTE di Giuseppe Angiuli*

La storica visita del re dell’Arabia Saudita a Mosca, 5/10/2017
[ 17 ottobre 2017 ]

Il Medio Oriente non è solo un gorgo che sembra inghiottire stati regionali e relative ambizioni egemoniche, nazionalità, culture, sette religiose islamiche. E' il terreno ove le grandi potenze globali si sfidano per esercitare la loro supremazia. Un luogo ad alta complessità geopolitica che non si presta a semplificazioni manichee.
Volentieri pubblichiamo il punto di vista di Giuseppe Angiuli.


* Giuseppe Angiuli fa parte del Coordinamento nazionale della C.L.N.

«Grandi sconvolgimenti in atto in medio oriente. La Russia baricentro dei nuovi equilibri nella regione 


L’intera regione medio orientale è stata interessata, in questi ultimi tempi, da un generale riassestamento degli equilibri geopolitici il cui risultato appare ogni giorno di più coincidere con un’ascesa irreversibile del ruolo della Russia di Putin, ormai protagonista assoluta nella definizione di tutti i più importanti dossier in agenda. 

A tutto ciò sta facendo da contraltare una tendenziale ritirata strategica degli USA dalla regione: a partire dall’avvento dell’Amministrazione Trump, a Washington ha iniziato a delinearsi una nuova strategia che vedrebbe i nordamericani decisamente più interessati alle sorti del far east (estremo oriente) dove essi hanno necessità di lanciare un’offensiva politico-economica alla Cina e per adesso hanno iniziato a colpirla trasversalmente minacciando alcuni regimi politicamente ad essa assai contigui, come la Corea del Nord di Kim Il-sung e il Myanmar (ex Birmania). 

In medio oriente, il protagonismo della Russia ha iniziato a manifestare il suo carattere decisivo a partire da settembre 2015, quando su richiesta del Presidente siriano Bashar al-Assad (incapace di fronteggiare da solo le forze dello Stato islamico), Mosca ha deciso di scendere direttamente in campo nel conflitto siriano. 

L’inedito dispiegamento militare dei russi, unito all’abile tessitura politico-diplomatica architettata dal Ministro degli Esteri del Cremlino Sergej Lavrov, ha reso possibile in breve tempo la nascita di un solido fronte internazionale di forze compattamente ostili allo Stato islamico ed alle altre formazioni di miliziani di ispirazione jihadista. 
Ne è venuto fuori un comando integrato – dominato dalla componente sciita – che ha visto la partecipazione congiunta dei governi dell’Iraq, dell’Iran e della stessa Siria, oltre al movimento politico-militare libanese Hezbollah, il cui apporto è risultato molto significativo sul terreno dello scontro militare all’interno dei confini siriani. 


Dopo la ritirata dei miliziani jihadisti dalla città di Aleppo nel dicembre 2016 e con la più recente conquista della città di Deir Ezzor da parte dell’esercito regolare di Damasco, le sorti del conflitto siriano appaiono ormai definitivamente segnate con la quasi certa sopravvivenza al potere di Bashar al-Assad. 

La svolta sul terreno militare nel conflitto siriano si è accompagnata in questi ultimi tempi ad una lunga serie di clamorose novità e cambi di campo in tutto il medio oriente. 

Alternando il bastone e la carota, Vladimir Putin è riuscito nell’impresa titanica di costringere i più diversi attori del quadrante medio orientale a mutare la loro strategia di 180 gradi, ribaltando antichi equilibri consolidatissimi e, in alcuni casi, contribuendo a rompere i loro pregiudizi e la loro reciproca incomunicabilità. 
Il turco Erdogan con l'iraniano Ali Khamenei
Nell’azione di persuasione su ciascuno di questi attori è risultato decisivo, da parte russa, il fare leva su quanto sta a loro rispettivamente più a cuore e su cosa possa unire ciascuno di essi ad un altro partner della regione. 

Il neo-sultano turco Recep Tayyip Erdoğan, già sponsor di primo piano dell’ISIS, è stato convinto da Mosca ad abbandonare il progetto di destabilizzazione della Siria e a concentrarsi maggiormente sulla sua stessa sopravvivenza politica. 

Erdoğan si è trovato gioco forza costretto a prendere atto con l’incedere degli eventi che i suggerimenti di Putin andavano effettivamente incontro ai suoi interessi: dopo avere sventato (con il decisivo intervento di forze speciali russe) il tentativo di colpo di Stato atlantista che lo ha visto vittima nel luglio del 2016, egli ha progressivamente abbandonato l’obiettivo di eliminare dalla scena il siriano Assad, iniziando a preoccuparsi unicamente di scongiurare ad ogni costo la nascita di uno Stato curdo nei pressi dei suoi confini (come prefigurato da USA e Israele). 

Da ultimo, sempre con l’avallo decisivo di Mosca, lo stesso Erdogan ha avviato un patto di stretta cooperazione col regime degli ayatollah iraniani, anch’essi fortemente contrari alla nascita di un nuovo Stato curdo. 
Dunque, Turchia e Iran seduti ad uno stesso tavolo: uno scenario semplicemente impensabile soltanto fino a pochi mesi fa e reso possibile unicamente dai buoni uffici del Cremlino. 

Anche la monarchia del piccolo ma influente Stato del Qatar negli ultimi tempi ha cessato il suo sostegno alle milizie della galassia islamista già attive in Siria ed ha iniziato a trovare delle inedite convergenze strategiche con l’Iran: in ballo c’è la cogestione del più grande giacimento offshore di gas naturale liquido del pianeta, collocato a cavallo delle acque territoriali tra i due Stati dirimpettai nel Golfo Persico. 
A nulla sono valse le minacce di invasione da parte della monarchia saudita e la chiamata alle armi dell’Amministrazione Trump, entrambe furiose con Doha per la sua apertura a Teheran: in difesa dell’intangibilità del ricchissimo Qatar e della sua emittente pan-araba Al Jazeera sono immediatamente scesi in campo il Kuwait, l’Oman e la stessa Turchia di Erdogan, che si è detta disposta perfino a dislocare delle truppe di terra a protezione della monarchia degli al-Thani. 
L’immenso giacimento di gas naturale South Pars 
nel Golfo Persico sarà cogestito tra Qatar e Iran

Il governo di Mosca, al fine di chiudere il cerchio protettivo attorno al Qatar e anche per premiare gli al-Thani per la loro cessazione nell’appoggio ai miliziani islamisti attivi in Siria, ha recentemente cooptato la famiglia reale del piccolo staterello del Golfo Persico all’interno del gigante energetico russo Rosneft, facendole acquisire un quinto della proprietà azionaria. 

Su un altro versante, Putin è apparentemente riuscito a convincere anche il falco israeliano Benjamin Netanyahu a dovere accettare suo malgrado l’inedito scenario appena delineatosi nella regione, a cominciare dalla integrità dei confini della Siria laica e baathista di Assad e dall’uscita dell’Iran (primo nemico in assoluto per Israele) dall’isolamento internazionale. 

In cambio, il Presidente israeliano ha preteso la garanzia che qualsiasi futuro tentativo dello stesso Iran o degli Hezbollah libanesi di insidiare lo Stato sionista incontrerebbe la ferma contrarietà di Mosca. 

Ma il protagonismo russo è vicino ad esplicare i suoi effetti anche all’interno del malconcio campo palestinese, tra le cui fila parrebbe che Mosca si stia adoperando negli ultimi tempi per favorire una inedita riappacificazione tra la fazione islamista di Hamas (dominante a Gaza) e quella laica di Al Fatah (al potere nei territori della Cisgiordania), con la prospettiva di dare vita ad un inedito governo di unità nazionale palestinese. 
Anche l’Egitto, ossia il Paese arabo di gran lunga più popoloso, da quando è retto dal regime militare guidato dal maresciallo al-Sisi, ha iniziato a sperimentare delle inedite forme di cooperazione militare con Mosca del tutto impensabili solo fino a pochi anni fa, tenendo conto che l’Egitto è dipeso per 40 anni dalle forniture statunitensi sia in campo economico che militare. 

Per chiudere il cerchio di questo epocale mutamento di assetti nella regione ed a suggello dei suoi recenti successi militari, economici e diplomatici, il 5 ottobre scorso Putin ha ricevuto in pompa magna a Mosca, per la prima volta in assoluto nella storia dei due Paesi, il capo della famiglia reale saudita, l'ottantunenne Salman bin Abdulaziz Al Saud, che ha raggiunto la capitale russa in compagnia di un codazzo di ben 1.500 dignitari e cortigiani. 
La monarchia di Riyad negli ultimi tempi ha il fiato corto: per colpa del ribasso record del prezzo del petrolio, le entrate statali sono arrivate a toccare i minimi storici, minacciando la stessa sopravvivenza dei Saud. 
L’indipendentismo curdo è fortemente sostenuto da Israele 

Ecco che dunque anche per l’Arabia Saudita si è reso di importanza decisiva sperimentare una inedita intesa commerciale con il governo di Mosca, al fine di stabilizzare il prezzo del greggio. 
Comunque la si pensi sul nuovo protagonismo geopolitico russo e sui riflessi che esso produrrà negli equilibri globali, è indubbio che da quando Putin ha assunto le redini in mano nella regione medio orientale, si è determinato un nuovo assetto contraddistinto dalla stabilizzazione dei conflitti e dall’appianarsi di antiche e ataviche incomprensioni. 

Il vecchio disegno degli israeliani e dei neocons americani di ridisegnare il “grande medio oriente” a loro piacimento, con la distruzione dei vecchi Stati nazionali e con la loro suddivisione lungo linee di faglia etnico-religiose (sciiti/sunniti, arabi/curdi, ecc.) in questi ultimi tempi sembra avere subito un significativo arretramento: nonostante ciò, è verosimile che tanto a Washington quanto a Tel Aviv si seguiterà ancora a lungo a sostenere strumentalmente l’indipendentismo curdo quale principale fattore di destabilizzazione nella regione.

Sotto quest’ultimo punto di vista, palese e scoperto è stato il sostegno fornito da Israele al recente referendum secessionistico promosso dal governo regionale del nord dell’Iraq, controllato dal clan curdo dei Barzani. 
Per intanto, tutte le strade del medio oriente sembrano portare a Mosca». 

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lunedì 16 ottobre 2017

PORTELLA DELLA GINESTRA: "IN QUESTO LUOGO SACRO"

[ 16 ottobre 2017 ]

Portella della Ginestra, venerdì 13 ottobre. 

Sul luogo ove il 1 maggio del 1947, venne compiuto l'eccidio terroristico contro il movimento contadino siciliano, militanti della Confederazione per la Liberazione Nazionale, assieme ai fratelli siciliani, giurano di raccogliere gli ideali dell'emancipazione del lavoro e della sovranità popolare.

Il Video più sotto.



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LA LEGA NORD LAVORA PER LO STRANIERO di Sandro Arcais*

[ 16 ottobre 2017 ]

* Sandro Arcais fa parte del Coordinamento nazionale della C.N.L.

A me l’Italia, sin dal modo in cui si è formata 150 anni fa, non è mai piaciuta. Sin dall’inizio la sua classe dirigente si è distinta per l’ottusa difesa dei suoi privilegi, per l’esclusione, controllo e repressione delle masse popolari e lavoratrici, per il rifiuto costante di un vero riformismo (mica quello delle “riforme” strutturali con cui i ladri di parole da anni ci asfaltano i marroni), e infine per la sua naturale tendenza a vendersi/ci allo straniero pur di mantenere intatti quei suoi privilegi.

Detto questo, so che lo smembramento dell’Italia è l’ultima carta che sempre quella solita classe dirigente è disposta a giocare per continuare a conservare quei suoi privilegi. Non sembra ancora del tutto decisa a giocarla ora. Sta ancora calcolando costi e benefici. Per ora si mantiene ancora solidamente ancorata al “vincolo esterno” della Unione europea che continuerebbe a chiederci e a chiederci e a chiederci … (l’ultima cosa che ci starebbe chiedendo con urgenza sarebbe quella di spiare, controllare e impedire le comunicazioni elettroniche sul web dei cittadini italiani).

Ma c’è chi, evidentemente, la scelta di smembrare l’Italia l’ha già fatta. Non il grande capitale nazionale, bensì il piccolo e medio capitale lombardo-veneto.

Se osserviamo il referendum leghista “a livello terra”, questo non è paragonabile a quello catalano. Infatti, il referendum leghista è del tutto costituzionale: la Lombardia e il Veneto chiedono di far proprie tutta una serie di “materie di legislazione concorrente” che sono previste dall’art. 117 della Costituzione. Tra le altre materie di ordinaria amministrazione, nel suddetto articolo troviamo anche i “rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni”, il “commercio con l’estero”, “previdenza complementare e integrativa”, “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”. Io penso che non ci voglia un grande sforzo di immaginazione per immaginare in prospettiva le conseguenze per uno stato unitario e per la sua sovranità della piena e decisa applicazione da parte di una regione di queste prerogative. Per una regione, tra l’altro, dotata di potere economico reale.

Si dirà che il tutto si svolge all’interno ed è previsto dalla nostra Costituzione. Sì, ma quale Costituzione? L’articolo 117 della Costituzione era questo, e noterete la sollecitudine dei nostri padri costituenti nel precisare che «La Regione emana per le seguenti materie norme legislative nei limiti dei principî fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, sempreché le norme stesse non siano in contrasto con l’interesse nazionale e con quello di altre Regioni». E di chi è figlio il nuovo articolo 117? Del centro-sinistra, che nel 2001 sotto il secondo governo di Giuliano Amato, vara la riforma del Titolo V della Costituzione, riforma che poi entra in vigore, a seguito di referendum confermativo a cui partecipò il 34% degli aventi diritto, con una maggioranza del 64% (il che significa che tale riforma è stata confermata da poco più del 20% degli aventi diritto, mentre l’assemblea che elaborò la Costituzione del 1948 fu votata da poco meno il 90% degli aventi diritto). Quello stesso centro sinistra che contemporaneamente ficcava a forza l’Italia nella gabbia (di matti) dell’euro, che cominciava l’opera di deflazione del lavoro e di smantellamento del welfare universalistico, che teorizzava il superamento degli stati-nazione all’interno di una federazione europea, che però … ancora non esisteva.



Ecco che allora, se ci solleviamo un po’ da terra e osserviamo il referendum leghista all’interno di un quadro più largo, quello che vediamo è un altro passo nel processo di dissoluzione dello stato italiano e della sua sovranità all’interno … di cosa? Qualcuno vede in piedi una federazione europea? O vede una qualche cosa di simile all’orizzonte? O ritiene che ci siano le condizioni per cui in tempi umani possa nascere qualcosa di simile? La mia risposta è no. E allora?

Allora il progetto è un altro. E per delinearlo non possiamo accontentarci delle dichiarazioni ufficiali dei protagonisti di questa vicenda. Dobbiamo avere prospettiva e mettere a fuoco cosa sia stata fin dall’inizio la lega, quali siano gli interessi in campo a livello europeo (vedi l’intervento di Massimo d’Angelillo al convegno Unione europea, Lavoro, Democrazia), come si muovano i comprimari in Italia. Di fronte a questo progetto, il grande capitale italiano tende a minimizzare e tranquillizzare oppure usa la classica arma di delegittimare e disprezzare il metodo democratico del voto. Come per la Catalogna, e in questo il referendum leghista si avvicina a quello catalano, è il capitale regionale a fare un altro passo verso “l’Unione europea delle Regioni” (avete capito? l’hanno messa dentro la costituzione italiana!).

Ecco perché affermo che la Lega (e i suoi alleati pentastellati e piddini) lavora oggettivamente per lo straniero, e nello specifico, per il teutonico. Non c’è bisogno di fare dietrologia o di immaginare complotti. Si tratta solamente di seguire i processi, di proiettarli nel futuro neanche tanto lontano, di unire i puntini. Naturalmente io parto dal presupposto che lo stato nazionale e la sua sovranità sia un valore da difendere, non per un astratto ideale, ma perché ci serve. Se tu che leggi, vaneggi di una Europa dei popoli o delle regioni, beh, non è che abbiamo molti terreni in cui incontrarci.

Di fronte a questo tentativo, la carta di un movimento popolare nazionale (che difende cioè gli interessi del popolo lavoratore italiano) è una sola: tornare alla costituzione del 1948, avviare un processo di applicazione integrale della stessa, aprire gli occhi sulla dura realtà che i nostri “alleati” sono i nostri peggiori nemici e di conseguenza cercarne di nuovi, a Oriente.

P.S. Vi chiederete, ma dov’è questo movimento popolare? 
Prima non c’era, ora c’è: Italia Ribelle e Sovrana.

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domenica 15 ottobre 2017

PERCHÉ L'ITALIA RIBELLE E SOVRANA di Emiliano Gioia*

[ 15 ottobre 2017 ]

* Emiliano Gioia fa parte del Coordinamento nazionale della C.L.N. 

Perché non Italia Libera e Sovrana?
Perché il termine “Libera” esige pudicizia, bisogna essere puliti e soprattutto liberi, per usare questo aggettivo accanto al nome del nostro paese.

Come potremmo parlare di un'Italia Libera senza averla prima liberata?

Potrebbe essere un aspirazione, certo, chi non vorrebbe essere libero?
Ma chi può dirsi tale?
Nessuno al mondo può dirsi libero se nel mondo esiste anche solo una persona o un ente che può sindacare sulla sua esistenza.

Ci vuole pudicizia, bisogna saper arrossire parlando di libertà, avere un consapevole imbarazzo, nel pensare alle tante persone che oggi vengono sfruttate nel nostro paese. Bisogna arrossire pensando ai tanti nostri connazionali costretti ad espatriare per avere diritto al lavoro. Dobbiamo provare vergogna per i tanti nostri giovani che si arruolano e vanno a rischiare la vita in missioni di “pace”, alla ricerca di un riscatto sociale, indotto dal sistema consumistico.


Sui figli della nostra Italia tutto possiamo dire tranne che sono liberi.

Non siamo quelli che si dicono “puri”, in quella categoria ci si sono già infilati in tanti ed i posti sono esauriti, peccato penserà qualcuno di voi, meno male diciamo noi.

Meno male, perché noi con i “puri sgrillettatori della democrazia”, i cinque stelle, non abbiamo nulla a che spartire; meno male, perché con i “puri italici”, i “salviniani”, i “meloniani” non ci spartiremmo nemmeno l’aria di un parco; meno male perché tra i “puri” c’è tutta una masnada di sinistri figuri, ci sono quelli di Forza Italia i “forzisti”, troppa gente che parla di libertà con la stessa rapidità e leggerezza, con cui firma decreti criminali, salva lobby o salva banche, distruttori di generazioni di lavoratori e di diritti sociali, dai più elementari a quelli fondamentali.

Noi non siamo i bugiardi televisivi, né vogliamo esserlo, non siamo quelli che parlano alla nazione come dei venditori di pentole, non vi diremo mai quello che vorrete sentirvi dire, ma senza dubbio avrete da noi sempre e solo la verità, anche la peggiore delle verità.

Non useremo le statistiche, tanto care al sistema dei partiti, perché il capitale umano non è composto da numeri, è composto da donne e uomini.

Statisticamente ci farebbe comodo avere un nome più “vendibile”. Sarebbe più facile usare un termine accattivante come “Libera”, ma noi non vogliamo usare i metodi da mercanti della politica degli ultimi trent’anni, perché è anche a questa che ci ribelliamo.

Ribelle, questo deve essere il nostro paese!
Ribelli perché abbiamo dichiarato guerra al sistema economico mondiale; ribelli perché vogliamo che il nostro paese sia guidato dal nostro popolo, non dai soliti loschi figuri; ribelli perché vogliamo tornare alla bellezza, di una società giusta ed equa che riconosca i diritti degli uomini e delle donne che la compongono; ribelli perché non vogliamo più imposizioni da società sovranazionali che imperversano, facendo il buono ed il cattivo tempo, nella vita delle persone.
Ribelle al sistema che ha partecipato alla vita politica nel nostro paese fino ad oggi, con i metodi e gli strumenti promozionali succitati.

Non esistono partiti che non abbiano interessi in ambito economico.
Non esistono partiti che si mettano a disposizione del popolo e ne curino gli interessi.

Ed è evidente ormai il perché non esistano questi partiti, perché sono tutti teleguidati come droni, da oltre oceano o da Bruxelles.
Hanno lentamente stretto il cappio attorno al collo della nostra nazione, hanno fatto firmare trattati economici capestro dai fantocci che hanno messo alla guida dei nostri dicasteri, serrando mese per mese sempre più il nodo scorsoio e ogni anno tirano un po’.
Il nostro paese deve tornare ad avere la sovranità nazionale, senza se e senza ma, in funzione delle esigenze del nostro popolo e di tutti i popoli che abbiamo l’obbligo morale di aiutare.

Per questo insistiamo per la nostra Italia Ribelle e Sovrana.

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sabato 14 ottobre 2017

SOVRANITÀ NAZIONALE E SOCIALISMO di Mpl

[ 14 ottobre 2017 ]

Ci prendevano per matti...


... quando, nel marzo del 2012, come Movimento Popolare di Liberazione (ora Programma 101) sollevammo la tesi che nel nostro Paese si poneva nuovamente la "questione nazionale", che senza la liberazione dalla gabbia dell'Unione europea non avremmo avuto né sovranità popolare né democrazia.

Dicevamo allora: la disgregazione della Ue è ineluttabile, e sotto le sue macerie resteranno le fondamenta degli stati nazionali. E solo su quelle fondamenta si poteva e doveva basare un nuovo progetto di Paese.
Qui sotto un capitolo Manifesto del M.P.L., adottato dalla prima Assemblea nazionale (marzo 2012). 

Sovranità nazionale e socialismo

«Non vediamo oggi, in seno alle classi dominanti italiane componenti disposte a battersi sul serio per uscire dall’Unione europea, sganciare l’Italia dalla morsa della globalizzazione liberista per ricollocarla dentro nuovi scenari geopolitici. Ove domani si manifestassero il popolo lavoratore non dovrebbe esitare a costituire un’alleanza comune.
Compito pressante dell’oggi è costruire un fronte ampio del popolo lavoratore, un'alleanza solida tra il proletariato e parti consistenti delle classi medie. Dentro questa alleanza il proletariato non dovrà stare a rimorchio ma agire da forza motrice. E per questo serve un soggetto politico rivoluzionario, che aiuti la classe degli sfruttati a diventare classe dirigente nazionale. Solo un fronte popolare con al centro i lavoratori può avere la forza e la determinazione per un cambio di sistema capace di portare l’Italia fuori dal marasma. E' da questo contesto che discendono i compiti, le funzioni e il profilo del Movimento Popolare di Liberazione.
Ma essi dipendono anche dalla nostre finalità, dai nostri scopi ultimi.


Vi è ancora chi considera l’uscita dall’Unione europea e l’abbandono dell’euro come idee velleitarie ed estremistiche. E’ vero esattamente il contrario. Il disfacimento dell’Unione europea e la fine dell’euro sono processi oggettivi, oramai irreversibili. Velleitari sono coloro che si illudono di fermare queste tendenze facendo gli esorcismi, mettendo toppe che sono peggiori del buco. Estremisti psicotici sono gli oligarchi di Francoforte e Bruxelles, disposti a dissanguare intere nazioni pur di tenere in vita una moneta moribonda e ingrassare la rendita parassitaria. Il problema non è se abbandonare l’euro o meno, il problema è chi guiderà questo processo. Se al potere resteranno i servi politici del capitalismo finanziario ne faranno pagare le salate conseguenze alle masse lavoratrici. Se sarà un governo popolare a pilotare l’uscita, i sacrifici, certo inevitabili, saranno anzitutto addossati ai parassiti, e i frutti di questi sacrifici saranno utilizzati per il bene comune della maggioranza e la rinascita del paese. 


E’ in questo quadro che il MPL considera la riconquista della sovranità nazionale una stella polare. Senza sovranità nazionale non c’è quella popolare, non c’è democrazia. Solo riconquistando questa sovranità politica, economica e monetaria il paese può risorgere su nuove basi, sganciandosi dalla soffocante morsa dei mercati finanziari internazionali per proiettarsi verso altri orizzonti regionali e mondiali. Se Un’ Europa dei popoli vedrà un giorno luce essa nascerà sulle macerie di quella di Maastricht.
Siccome è sotto gli occhi di tutti che non siamo alle prese con una recessione ciclica ma con una crisi storico-sistemica di un modello di produzione e di vita, dovere di chi guarda al futuro è immaginare un’alternativa di società e agire per realizzarla. Sarebbe assurdo fare grandi sacrifici per poi ritrovarci alle prese con una società esposta a crisi cicliche devastanti, incapace di assicurare un reale benessere collettivo, generatrice di diseguaglianze e squilibri, lacerata dai conflitti sociali.

Il MPL scende in campo per contrastare questa crisi e soprattutto per uscire dal sistema neoliberista globalizzato che ha fatto del capitalismo un dogma. Per liberare il paese dalla corruzione, dalle ingiustizie, dalla dittatura delle banche e della finanza internazionale. Per liberarci dalla dittatura del mercato. 
Scende in campo per non accettare supinamente la distruzione sistematica della natura, della nostra vita e del futuro delle nuove generazioni; per affermare che l'alternativa è una società socialista che metta l'economia al servizio della collettività e della difesa di tutti i beni comuni.
Sappiamo che questo approdo è ancora lontano, che occorrono tempi lunghi affinché lavoratori e cittadini possano riuscire a prendere in mano i loro destini. Solo allora la società sarà matura per fare a meno del mercato, per togliere ai mezzi di produzione e di scambio la loro forma capitalistica e ai beni la loro forma di merce.
Fino ad allora coesisteranno forme diverse di proprietà, quelle capitalistiche e quelle statali, quelle pubbliche e quelle autogestite. Fermo restando che il governo popolare dovrà aiutare il nuovo a crescere e il vecchio a perire.
L’alternativa di oggi è lottare o soccombere. Quella di domani sarà la liberazione o il ritorno a forme più brutali di oppressione».

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venerdì 13 ottobre 2017

LA TRUFFA DEL ROSATELLUM 2.0 di Lorenza Carlassare

[ 13 ottobre 2017 ]


Non sono bastate due bocciature della Corte Costituzionale per avere una legge elettorale accettabile. 

Eliminati i vizi più appariscenti delle norme annullate, traspare chiaro l’ intento di fondo del Rosatellum 2.0: togliere voce e potere ai cittadini, neutralizzare l’ espressione della loro volontà, privare di senso e valore la rappresentanza democratica. 

I vertici politici, per non perdere il dominio sugli eletti, anziché costruirli come rappresentanti del popolo, vogliono ridurli a manovrabili pedine. Recidendo ogni legame fra elettori ed eletti e rafforzando il legame di dipendenza di questi ultimi da coloro che ne decidono l’ inserimento in lista e il futuro politico, l’ asse della responsabilità si sposta interamente sul versante dei vertici partitici di cui i “rappresentanti” del popolo sono una diretta emanazione.
Il Rosatellum bis propone un sistema elettorale misto in cui l’ assegnazione di 231 seggi alla Camera e 102 seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria in cui vince il candidato più votato, mentre i restanti seggi sono assegnati con metodo proporzionale nell’ambito di collegi plurinominali dove tutti i nomi sono già stabiliti: ciascuna lista è composta da un elenco di candidati (non inferiore a due né superiore a quattro) presentati secondo un ordine numerico non modificabile. Nulla sfugge a chi decide chi deve essere eletto!
Del resto, neppure nei collegi uninominali si può dire che l’elettore abbia reali margini di scelta. In un sistema conflittuale come il nostro, notevolmente ideologizzato, l’ unica alternativa possibile è di non dare il voto a nessuno. È fuori dalla realtà dire che se un elettore non gradisce il candidato del suo gruppo politico è libero di votarne un altro; il discorso potrebbe avere un minimo di senso in sistemi politici con elettorato mobile e conflitto sociale basso. In sistemi come il nostro può valere esclusivamente per l’ elettorato fluttuante, indeciso e privo di orientamenti politici precisi. Non per gli altri. È impensabile che un elettore di sinistra voti per il candidato della destra! Fra l’ altro, lo spostamento di voto è reso ancor più difficile anche per quella fascia intermedia dal Rosatellum bis che non consente il voto disgiunto.
L’ elettore dispone di un’unica scheda con il nome del candidato nel collegio uninominale e, sotto, i simboli dei partiti della coalizione da cui è sostenuto. Di conseguenza, dato che la scheda è unica, nemmeno nel proporzionale il cittadino sarà libero di votare la lista del partito che avrebbe preferito, essendo costretto a scegliere una delle liste appartenenti alla coalizione di appoggio al candidato nell’uninominale; e addirittura, se barra soltanto il nome di questo candidato senza scegliere nessuna delle liste che lo appoggiano, il suo voto sarà distribuito in maniera proporzionale tra le varie liste della coalizione.
Inutile chiedersi cosa ne sia dell’articolo 1 della Costituzione e delle sentenze della Corte Costituzionale che insistono sulla rappresentanza. Il disprezzo per il popolo è totale, la sua sovranità negata. Chi rappresentano i parlamentari “eletti”?

* Fonte: Libertà e Giustizia

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giovedì 12 ottobre 2017

LA LEGGE (E LA BANDA) DELLE TRE "B"

Rosatellum, ovvero la legge BBB: una truffa su-misura per il Bomba di Rignano, il Buffone d'Arcore e il Bulletto di Milano (quello che parla con le felpe) 
La fine ingloriosa di Salvini. Da "grande oppositore" a stampella del regime
 

Quel che c'era da dire sul Rosatellum l'ho già scritto QUI due settimane fa. Adesso siamo quasi all'atto finale. La Camera finirà di votare oggi la cosiddetta "fiducia" ad un governo che aveva dichiarato - non ridete - la sua "neutralità" in materia. Poi seguirà il Senato, verosimilmente con la stessa procedura. I ladri di democrazia hanno fretta, debbono mettere al sicuro il bottino cercando di non lasciare troppe tracce. Dunque ogni mezzo è lecito, anche se ci hanno sempre insegnato che non si cambiano le regole del gioco - tantomeno con la forzatura del voto di fiducia - un minuto prima che inizi la partita. Ma questa è l'Italia dell'autunno 2017, dove colui che dovrebbe essere "arbitro" (il santerello Mattarella) è invece in combutta con la banda di scassinatori che conduce le danze.

Certo, dopo i tre voti di fiducia ci sarà oggi pomeriggio quello finale a scrutinio segreto. Qui non mancheranno i dissidenti, altrimenti detti "franchi tiratori", ma aspettarsi non dico un sussulto democratico (quando mai!), ma anche solo un atto di orgoglio da parte di questo parlamento di peones (senza offesa per i peones, quelli veri) va sinceramente al di là di ogni ragionevole immaginazione. Ecco il risultato di aver voluto tenere in piedi ad ogni costo un parlamento reso illegittimo dalle sentenze della Corte Costituzionale. Ecco i frutti dell'errore - qui il riferimento è ad M5S - di non aver preteso, anche con una scelta aventiniana, il suo scioglimento dopo la grande vittoria del NO il 4 dicembre 2016.

Diversi commentatori si interrogano sulle presunte contraddittorietà del Rosatellum. In realtà questa legge non è affatto contraddittoria, basta che si capisca com'è nata e qual è il suo fine. Cose che ho cercato di spiegare nell'articolo già citato, ma che ricapitolo qui in due righe: questa legge nasce da un patto di ferro Renzi Berlusconi, ed ha lo scopo di riportare il fiorentino a Palazzo Chigi con l'ex cavaliere come partner principale e ben remunerato in quel che più gli interessa.

Capito questo si è capito tutto. Poi, si sa, non tutte le ciambelle riescono col buco. Ma questo è un altro discorso, e noi ci auguriamo che l'abbuffata di seggi che già pregustano gli vada invece di traverso. Di certo, pur nel pittoresco balletto delle tante leggi elettorali proposte in questi anni, mai se ne era vista una disegnata così su-misura, non solo per un partito, bensì per una persona, anzi due con l'aggiunta di un terzo: il Bulletto padano che parla con le felpe.

Come noto la "fiducia" sta passando alla Camera solo grazie al regalo di Forza Italia e della Lega, i cui parlamentari sono usciti dall'aula per abbassare il quorum. Grande eh, l'opposizione di Salvini! E questo si dovrebbe scontrare niente meno che con l'Europa! Sai che paura a Bruxelles! Sta di fatto che sulla prima fiducia i Sì sono stati 307, sulla seconda 308. Al di sotto quindi della soglia di 316 che corrisponde al 50%+1 dei membri della Camera. Evidentemente la "fiducia" non è poi così forte neppure nel Palazzo, figuriamoci nel Paese.

Ma la scommessa dei ladri di democrazia è semplice: le leggi elettorali sono cose complicate, apparentemente astruse e comunque incomprensibili ai più. Dunque, calcolano i lestofanti, il danno di immagine sarà minimo. Poi di corsa alle elezioni, in modo da rendere difficile la partecipazione a chi dovrà raccogliere le firme. Quindi una campagna elettorale che proverà (vedremo con quale successo) a restaurare il teatrino della politica del bipolarismo che fu. A destra diranno di aver messo su una coalizione per vincere (boom!), idem nel redivivo centrosinistra di Renzi-Alfano-Pisapia (doppio boom!).

In realtà tutti sanno che le coalizioni del Rosatellum servono solo a raggranellare seggi, non a precostituire una maggioranza di governo. Tanto è vero che, a differenza del Mattarellum, la legge prevede che siano i partiti, non le coalizioni, a presentare il proprio programma elettorale.

Per raggiungere i propri scopi la banda delle tre B (il Bomba di Rignano, il Buffone di Arcore e il Bulletto di Milano) non si è posta limiti. Nel Rosatellum c'è tutto il peggio delle leggi elettorali dell'ultimo quarto di secolo. Quelle che sono state in vigore per qualche anno, come quelle abortite prima di vedere la luce. Ci sono i collegi uninominali all'inglese come nel Mattarellum, c'è il meccanismo delle coalizioni artificiali (con tanto di liste civetta) come nel Porcellum, ci sono le liste bloccate com'era nella legge calderoliana ma pure nel Tedeschellum saltato a giugno. E da quest'ultima legge si importa anche il meccanismo di voto unico su quota maggioritaria e proporzionale, un escamotage per favorire le forze teoricamente avvantaggiate nel maggioritario (in pratica la solita banda delle tre B di cui sopra).

Se tutto andrà come predisposto, dopo il voto la coalizione di destra si dividerà: Berlusconi se ne andrà con Renzi, mentre Salvini si rimetterà la felpa del grande oppositore. Ma per favore! Questo pagliaccio, che ama presentarsi come anti-sistema, ha deciso di fare invece da stampella ad una squallida operazione sistemica che punta a stabilizzare la prossima legislatura grazie ai trucchi del Rosatellum.

E perché lo fa? Semplice, per raccattare qualche seggio in più al nord. E' questo il prezzo al quale si è venduto al duo Renzi-Berlusconi. A questo punto, l'unica felpa che dovrebbe indossare dovrebbe portare la scritta «mi vergogno di me stesso».

Al momento non possiamo sapere come andrà il voto finale di oggi pomeriggio a Montecitorio. Teoricamente la maggioranza per l'approvazione della nuova legge-truffa è larghissima. Praticamente, i numeri saranno invece assai più bassi. E non è affatto escluso che proprio i voti della pattuglia leghista risultino alla fine decisivi. Ma decisivi per che cosa? Certo, per mandare in parlamento qualcuno in più dalle valli della bergamasca. Ma, soprattutto, decisivi per garantire una legislatura piena al prossimo governo Renzi. Grande oppositore il Salvini, grande oppositore... 

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mercoledì 11 ottobre 2017

PER UNA SPAGNA REPUBBLICANA E FEDERALE di Piemme

[ 11 ottobre 2017 ]

Nella partita tra autorità catalane e spagnole si ricorre spesso all'analogia calcistica. 
La palla in pochi giorni è passata da una parte all'altra della linea che divide gli avversari. 
MA RAJOY NON È RONALDO, E PUIGDEMONT NON È MESSI
Non è il pallone che si stanno rilanciano a vicenda, ma un bomba a mano con la spoletta staccata. In quale metà campo esploderà, se esploderà, non è ancora dato sapere.

Rajoy, dopo il consiglio dei ministri di questa mattina, ha scaraventato di nuovo la bomba a Barcellona, chiedendo a Puidgemont se egli abbia dichiarato davvero la secessione. C'è da aspettarsi, da quest'ultimo, che vorrà prendersi altro tempo, con una risposta vaga e ambigua, quanto la sua quasi-dichiarazione-di-indipendenza di ieri sera —che ha fatto infuriare la sinistra radicale della C.U.P (Candidatura d'Unitat Popular) che sostiene il suo governo (tanto nazionalista quanto liberista).  Il tutto per ingarbugliare le cose ed impedire a Rajoy di attivare effettivamente i dispositivi previsti dall'Art. 155 della Costituzione post-franchista che affida a Madrid poteri eccezionali e, tra questi, di sequestrare il governo di Barcellona dalla autorità catalane, sospendendo l'autonomia e commissariando la Catalogna.

Sarebbe, quest'ultimo, un atto d'imperio gravissimo —più del demenziale tentativo di impedire il referendum catalano del 1 ottobre—, che scatenerebbe un conflitto dalle conseguenze imprevedibili. 

La domanda è la seguente: riuscirà davvero il fragile governo Rajoy (che si regge sulla non-sfiducia del PSOE) ad andare fino in fondo? Oppure Sanchez, il segretario del PSOE, si tirerà indietro dal sostenere il pugno di ferro invocando il dialogo come chiedono Unidos Podemos e Catalunya Sí que es Pot di Ada Colau.

In questo caso si aprirebbe a Madrid una grave crisi politica e istituzionale e Rajoy dovrebbe dimettersi e chiedere al Re di sciogliere le Camere per andare ad elezioni anticipate.
Puidgemont non naviga nemmeno lui in acque tranquille. Senza l'appoggio della C.U.P. al suo governo di Junts pel Sí (appoggio che considero un gravissimo errore politico) egli presiede di fatto un governo di minoranza. Elezioni anticipate anche in Catalogna quindi? Sì se Rajoy dovrà dimettersi di cui sopra.

Tendo a credere che non avremo né secessione né carri armati spagnoli a Barcellona. Sia Rajoy che Puidgemont hanno infatti bisogno, per tenersi testa l'un l'altro, di una più forte legittimazione popolare. Ed essi infatti considerano che la polarizzazione nazionalistica dei due campi porti acqua ai loro rispettivi mulini.

Chi ha sale in zucca e considera davvero democrazia e sovranità popolare come principi non negoziabili è contro entrambi questi due campi e deve sfuggire alla polarizzazione. I nodi della "transizione" spagnola (dal franchismo al regime monarchico costituzionale) sono venuti al pettine.
Se ne esce, elezioni anticipate o no, con l'elezione di un'Assemblea costituente che fondi una Spagna nuova, repubblicana e plurinazionale.




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SICILIA: "È UN ATTO DI CRIMINALITÀ POLITICA" comunicato stampa

[ 11 ottobre 2017 ]

LA BOCCIATURA DELLA LISTA BUSALACCHI E’ UN ATTO DI CRIMINALITÀ POLITICA. 

E lo dimostreremo.

NON CREDIAMO AI COMPLOTTI.
E’ UNA GRANDE E ASPRA BATTAGLIA POLITICA, QUELLA DA CONDURRE.



CONFERENZA STAMPA
venerdì 13 ottobre, ore 11,00

nella sede dei “Nuovi Vespri”, in Via Archimede n.61 – Palermo

Saranno presenti:

- il candidato Presidente F. Busalacchi;

- la squadra dei candidati assessori;

- i 62 candidati;

- il team di avvocati e giuristi siciliani e italiani ricorrenti.

Sarà presentato un DOSSIER contenente: 
– la documentazione sulla Lista,

- le contestazioni errate formalistiche e strumentali degli Uffici istruttori,

- le contro-deduzioni dei legali della Lista,

- la documentazione giurisprudenziale a favore della Lista del TAR del Lazio e del Consiglio di Stato,

- la contestazione gravissima della mancata integrazione —nel dispositivo elettorale promulgato dalla Regione Siciliana— della normativa della Legge Severino, per scelta chiaramente dolosa, omissione che comporta la decadenza dell’intero processo elettorale siciliano.

Contestualmente, i promotori presenteranno ai giornalisti lo schema di ricorso al TAR,e, in seguito, se necessario, al Consiglio di Stato, sulla falsariga della giurisprudenza amministrativa consolidata, basata su principio del “FAVOR PARTECIPATIONIS”,cioè di favorire comunque la partecipazione politico-elettorale, al di là di possibili carenze-non sostanziali- meramente formalistiche del dossier delle Liste presentate.


E’ ovvio che “mandanti politici”, riparati da oscuri burocrati, asserviti, si coprono e si copriranno, come sempre,con l’ AUTONOMA E SPECIFICA NORMATIVA SICILIANA IN MATERIA DI ELEZIONI REGIONALI, che LorSignori adeguano e strumentalizzano ai loro fini privatistici e di potere.

Cercando così di smarcarsi dalla giurisprudenza nazionale dei Tar e del Consiglio di Stato.

Dopo la Conferenza stampa, continueranno questa forma di protesta a tempo indeterminato. Fino a battere questo criminale e mostruoso sistema antidemocratico (impedire perfino la presentazione di Liste avverse a LorSignori). Con tutti i maneggi che faremo venire allo scoperto.

Saranno presenti, inoltre, due delegazioni esterne. Una italiana, a rappresentanza dei movimenti sovranisti costituzionali della Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN). E una delegazione internazionale, con leaders e speakers dei più valorosi movimenti sovranisti d’Europa (Spagna, Francia, Grecia, etc.), che parteciperanno, l’indomani, 14 ottobre, presso il Cinema Rouge et Noir a Palermo, al “FORUM DEI POPOLI MEDITERRANEI”.

Beppe De Santis
portavoce dei sovranisti siciliani di “Noi Mediterranei”
Referente comunicazione:Dott. Davide Mancuso-Tel. 348-5460641
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BLADE RUNNER 2049 di Alessia Vignali

[ 11 ottobre 2017 ]


Mitologia dell’evanescenza
I simboli di Blade Runner 2049 danno voce all’angoscia di frammentazione dell’uomo occidentale contemporaneo


Il dio creatore è cieco, nell’atteso sequel del cult anni ‘80 Blade Runner appena uscito nelle sale, non a caso ambientato in un 2045 pericolosamente vicino. Presidente della Wallace Industries specializzata nella produzione di androidi, Niander Wallace il “pantocratore” è un omino sghembo, che per poterci vedere si vale di una flotta di telecamere liberata attorno al suo corpo come un banco di sardine e collegata in blue tooth alla sua corteccia visiva. All’improvviso uno di questi oggetti si stacca dal suo sciame e si mette a giocare. Wallace il dio sorride. In fondo è giusto che persino i suoi sensi, che egli ha dotato di un’inquietante vita propria, si ribellino al loro possessore. Per lui da sempre l’ebbrezza di creare, il potere che ne deriva e lo pervade è più forte del cruccio per le conseguenze: probabilmente il genere umano si estinguerà nel confronto mortale con le sue “creature in pelle”, i replicanti… ma per ora è meglio lavorare, sperimentare, godere. Far soffrire e far godere. Senza limiti.   

Sebbene meno elegante del primo Blade Runner, poiché basato sulla moltiplicazione dei temi più che sul chiaro dipanarsi di un unico filo conduttore simbolico, anche questo secondo va visto, e non solo per l’indubbio piacere estetico che ne scaturisce. L’intreccio di metafore che abita il suo mondo eidetico parla, infatti, alle profondità della nostra psiche come una “filosofia incarnata”. I temi urticanti del mistero della vita, della morte, del loro reale significato vi vengono infatti trattati con tutta la potenza di una “nuova mitologia”. Che in quest’opera filmica assume la vaga qualità di un “sogno filmato”, direbbe lo psichiatra e psicoanalista Daniel N. Stern.

Tra i tanti archetipi proposti dal film ne scelgo uno, il più innovativo: la ragazza - ologramma Joey, l’amante virtuale dell’agente K, il protagonista del film.
Curiosamente è in lei, più postmoderna dei replicanti che emblematizzavano gli uomini della modernità, che lo spettatore contemporaneo s’identifica. E’ con lei che empatizza.
Il motivo è presto detto. Il replicante Batty del primo Blade Runner era l’antagonista di un’ideologia coerente, il figlio di un dio crudele contro il quale si ribellava perché, umano anch’egli come e più del suo fabbricante, era ancora capace di porsi una domanda radicale sul senso dell’esserci. Aveva una teoria dell’esistenza. Per questo era stato in grado di elaborare la profonda capacità di “sentire la vita” sintetizzata nella frase che ha fatto la fortuna del film:
« … ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire».
Riusciva a pensarsi, insomma.
Per dirla in termini psicoanalitici, il suo dramma era tutto inscritto nel paradigma edipico. Come un qualsiasi adolescente sano, Batty era capace di chieder conto del suo dolore a quel “padre” che gli era fin troppo presente, nei suoi valori così come nei limiti (i quattro anni di vita) che gli aveva posto.
Joey viene invece elaborata da un “padre” che già non è in grado di controllare i suoi stessi sensi (la “sardina-telecamera che dovrebbe garantirgli la vista si tuffa per gioco in piscina); è cioè figlia di un padre che si scinde nelle sue stesse parti, che prendono vita senza che possa avere su di esse un controllo. Per dirla con Massimo Recalcati mentre recupera una felice formula di Jacques Lacan, la nostra è l’epoca dell’evaporazione del padre, del nòmos, della Legge: di quel “limite” che ponendo confini valoriali al figlio ne determinava la possibilità di un’autodeterminazione. Quella relativa alla scissione del corpo del pantocratore Wallace in “oggetti parziali”, poi, è una metafora di un certo appeal in un presente in cui sentiamo di non aver più controllo su alcuno dei nostri pensieri, desideri, pulsioni… poiché ciascuno di questi aspetti di noi ci è alieno. L’educazione, la tecnologia, la comunicazione di massa ci distraggono. Dalla parcellizzazione della personalità tipica della prima postmodernità emblematizzata da Wallace siamo passati alla paventata atomizzazione della seconda, quella attuale, (avviatasi con l’avvento della rivoluzione digitale) di cui è emblema Joey. Un’altra metafora può esserci d’aiuto: se nella modernità dagli anni Cinquanta in poi avevamo “pezzi di carne” sugli scaffali dei supermercati e qualche bambino aveva difficoltà a capire come essi potessero provenire da un animale vivo e intero, presto avremo bistecche assemblate da cellule allevate in vitro: l’animale intero non c’è più. E poiché “l’uomo è ciò che mangia” (ma qui sto scherzando), dall’”uomo senza qualità” di un passato tutto sommato rassicurante, perché colui che ci si stagliava davanti era pur sempre un uomo dotato di una sua coerenza e untiarietà, siamo passati al soggetto totipotente dall’identità fluida, cangiante, sempre in cerca di una definizione di un futuro assai prossimo. Evanescente poiché… non consiste. 

Come l’attuale Siri, la segretaria elettronica messaci adisposizione da I-phone con cui già contraiamo un rapporto proto-affettivo, la ragazza-ologramma Joey non ha un corpo, e come lei non ha una personalità. Dal suo interlocutore K apprende ogni modalità espressiva, sino a divenire un simulacro di personalità ottenuta assemblando sequenze mentali del possessore.
In realtà un po’ tutto, dalle persone alle produzioni culturali, nell’universo di Blade Runner sembra funzionare attorno a frammenti, pezzi assemblati di qualcosa di autentico che un tempo forse esistette e che ora si fatica persino a ricordare, tanto si è incapaci di immaginarlo nella sua integra totalità.
Sono frammenti i comportamenti di Joey, lo sono gli innesti di memorie che donano ricordi ai replicanti, lo sono gli spezzoni di performance di Frank Sinatra o di Elvis Presley riproposti in loop disperatamente àfoni tra le rovine di una città che non a caso è Las Vegas, matrice d’ogni finzione. Come a dire che là, in quel futuro, nemmeno una canzone nuova è possibile.

E’ tutto un “copiaincolla”, insomma. Un po’ come ci accade di esperire ogni volta che proviamo a scrivere un pezzo e la tentazione di “copiaincollare “ pensieri di altri è così forte da quasi sovrapporsi alla possibilità di pensare i nostri, di pensieri. D’altronde, le idee oggi corrono in rete da mente a mente, isolate dal loro contesto, dalla loro genesi, dalla loro storia; quasi ci fanno tenerezza, tanto sono usate, strumentalizzate e sole, orfane di chissà quale autore che tutti dimenticano. “Siamo fotocopie senza l’originale…” Chi lo disse? (L’attore italiano Carmelo Bene).

Come molti di noi, resi incapaci di un pensiero proprio poiché immersi in una società liquida (si veda l’articolo recentemente pubblicato sul nostro blog sul sociologo Zygmunt Bauman) caratterizzata dall’equivalenza di ogni valore, dunque dall’impossibilità di sceglierne e privilegiarne alcuni tra i molti (scelta su cui si fonderebbe un’identità), l’ologramma Joey non è una persona, è un simulacro. Un’immagine, un eidolon. Geniale la battuta della ragazza squillo chiamata a entrare nell’ologramma per permettere a K di avere con quest’ultimo un rapporto sessuale. Più o meno le dice così: “Io che sono stata dentro di te posso dirlo: lì dentro c’è meno roba di quanta te ne aspetti”.

Identità evanescente, dunque, personalità impossibile. Il nichilismo rappresenta l’esito o l’origine di questo impossibile appropriarsi di sé (di un passato, di una memoria, di un’origine, dunque di una meta da raggiungere)? Entrambe le cose, testimoniate dall’infinita tristezza che destano le atmosfere del film, dalla geniale colonna sonora all’incessante caduta d’acqua, neve, detriti che ne opprime gli scenari. Una frase che il filosofo Umberto Galimberti trae da Friedrich Nietzsche nel saggio “L’ospite inquietante, il nichilismo e i giovani” (Feltrinelli) è emblematica al riguardo:

“Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al “perché?”. Che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi perdono ogni valore.
(F. Nietzsche, Frammenti postumi, Opere, Adelphi, Milano 1972)

D’altronde, Joey è priva di corpo: come potrebbe pervenire a un’esperienza attendibile del mondo e, insieme, di se stessa senza poter far uso dei sensi, primo viàtico all’esame di realtà, all’incontro con il limite del mondo esterno da parte del neonato (padre dell’uomo)? Ecco, dunque, un'altra occasione d’identificazione con lei per noi creature occidentali postmoderne: il saggio dello psicoanalista junghiano Claudio Risé “Guarda, tocca, vivi” (Sperling & Kupfler, 2011) la dice lunga sui danni per la psiche di una vita trascorsa lontano dai messaggi dei nostri sensi, dei nostri corpi.
Tagliata fuori dall’esperienza del mondo e di se stessa, incapace di sintetizzare un’identità autentica, Joey non può che essere simile a ciò che la ninfa Eco è nel mito di Narciso, uno “specchio” del protagonista che gli funge da “alter ego” pur non avendo un’esistenza sua.
Con lei l’agente K contrae una relazione che non c’è, poiché in lei egli dà voce soltanto a una parte di se stesso, quella che attiene ai suoi “dubbi preconsci”.

L’esperienza ci è nota. Di fatto, molte delle relazioni che oggi contraiamo attraverso i social media sono più imbevute delle nostre proiezioni che reali, proprio per via della capacità dello strumento tecnologico di imprimere una forma peculiare a quanto viene trasmesso: “Il medium è il messaggio”, disse il filosofo Marshall Mc Luhan. 
Il “gruppo-mamma” onnipresente di Whatsapp, sempre pronto a farci compagnia evitandoci il dispiacere della solitudine e la fatica di un impegno duraturo in una qualunque attività di “presenza al mondo” ne è un esempio. Ma come questo, anche gli amori virtuali, sbocciati sulle ali del nostro “colorare la personalità altrui” dei nostri desideri.

Il “contatto” (e volutamente non utilizzo il termine “rapporto”) dell’agente K con Joey ci rammenta dunque della pericolosa qualità di “irrealismo” di cui sono permeate le nostre relazioni virtuali, dunque di quanto tempo trascorriamo, nelle nostre giornate, illudendoci di stare con gli altri, di essere amati… mentre in realtà tentiamo di amare solo noi stessi. E’ un legame, quello con i nostri alter virtuali, commovente e disperato tanto quanto lo è quello della ninfa Eco con il suo Narciso: lei non consiste; è ridotta a pallida, flebile eco della voce dell’Altro… potrebbe salvarlo, se soltanto lui, ascoltandola, si ascoltasse. Allora Narciso, così come K, così come tutti noi, troverebbe finalmente quel se stesso che tanto gli manca…Ma fino a che rimane prigioniero del copione che gli dèi del mito, la ditta Wallace del film o la cultura contemporanea sembrano aver scritto per lui e per le altre creazioni, questo non accadrà mai. Perché è come se l’emancipazione dalle proprie patologie, dai propri cortocircuiti del pensiero, dell’azione, della progettualità non potesse avvenire se non attraverso il rapporto reale d’amore, d’amicizia, di fratellanza con l’Altro da sé. Tocchiamo il fondo di verità celato in noi stessi soltanto quando incontriamo il limite, la descrizione, l’ammirazione dell’altro. E diamo il meglio di noi soltanto grazie al lavoro su noi stessi cui è l’altro a chiamarci.

L’epopea di quest’ultimo Blade Runner è dunque, nuovamente, un grido di dolore lanciato dall’uomo all’altro uomo: ritroviamoci oltre questa solitudine, reinventiamoci nella fratellanza, nell’amore. Che è ancora possibile oltre tutto questo narcisismo che illudendoci di unirci ci isola come monadi, oppure ci divide in tribù: amore possibile tra gli uomini, così come tra gli androidi, o addirittura tra le creature virtuali ed evanescenti del film.
Sepolto tra le rovine, in noi c’è “come un file”… un “innesto”, un “residuo inscalfibile” celato dalla natura nel nostro codice vivente, che potrebbe salvarci. E’ l’impulso ad amare. E’ lì da sempre… il più delle volte dimentichiamo di leggerlo, di tradurlo in carne, gesti, parole. Lasciamo che prevalgano altri “programmi”. Ma c’è ancora, basta che lo cerchiamo. E’ di questo che parla l’ultima scena del film. 


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