mercoledì 11 ottobre 2017

BLADE RUNNER 2049 di Alessia Vignali

[ 11 ottobre 2017 ]


Mitologia dell’evanescenza
I simboli di Blade Runner 2049 danno voce all’angoscia di frammentazione dell’uomo occidentale contemporaneo


Il dio creatore è cieco, nell’atteso sequel del cult anni ‘80 Blade Runner appena uscito nelle sale, non a caso ambientato in un 2045 pericolosamente vicino. Presidente della Wallace Industries specializzata nella produzione di androidi, Niander Wallace il “pantocratore” è un omino sghembo, che per poterci vedere si vale di una flotta di telecamere liberata attorno al suo corpo come un banco di sardine e collegata in blue tooth alla sua corteccia visiva. All’improvviso uno di questi oggetti si stacca dal suo sciame e si mette a giocare. Wallace il dio sorride. In fondo è giusto che persino i suoi sensi, che egli ha dotato di un’inquietante vita propria, si ribellino al loro possessore. Per lui da sempre l’ebbrezza di creare, il potere che ne deriva e lo pervade è più forte del cruccio per le conseguenze: probabilmente il genere umano si estinguerà nel confronto mortale con le sue “creature in pelle”, i replicanti… ma per ora è meglio lavorare, sperimentare, godere. Far soffrire e far godere. Senza limiti.   

Sebbene meno elegante del primo Blade Runner, poiché basato sulla moltiplicazione dei temi più che sul chiaro dipanarsi di un unico filo conduttore simbolico, anche questo secondo va visto, e non solo per l’indubbio piacere estetico che ne scaturisce. L’intreccio di metafore che abita il suo mondo eidetico parla, infatti, alle profondità della nostra psiche come una “filosofia incarnata”. I temi urticanti del mistero della vita, della morte, del loro reale significato vi vengono infatti trattati con tutta la potenza di una “nuova mitologia”. Che in quest’opera filmica assume la vaga qualità di un “sogno filmato”, direbbe lo psichiatra e psicoanalista Daniel N. Stern.

Tra i tanti archetipi proposti dal film ne scelgo uno, il più innovativo: la ragazza - ologramma Joey, l’amante virtuale dell’agente K, il protagonista del film.
Curiosamente è in lei, più postmoderna dei replicanti che emblematizzavano gli uomini della modernità, che lo spettatore contemporaneo s’identifica. E’ con lei che empatizza.
Il motivo è presto detto. Il replicante Batty del primo Blade Runner era l’antagonista di un’ideologia coerente, il figlio di un dio crudele contro il quale si ribellava perché, umano anch’egli come e più del suo fabbricante, era ancora capace di porsi una domanda radicale sul senso dell’esserci. Aveva una teoria dell’esistenza. Per questo era stato in grado di elaborare la profonda capacità di “sentire la vita” sintetizzata nella frase che ha fatto la fortuna del film:
« … ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire».
Riusciva a pensarsi, insomma.
Per dirla in termini psicoanalitici, il suo dramma era tutto inscritto nel paradigma edipico. Come un qualsiasi adolescente sano, Batty era capace di chieder conto del suo dolore a quel “padre” che gli era fin troppo presente, nei suoi valori così come nei limiti (i quattro anni di vita) che gli aveva posto.
Joey viene invece elaborata da un “padre” che già non è in grado di controllare i suoi stessi sensi (la “sardina-telecamera che dovrebbe garantirgli la vista si tuffa per gioco in piscina); è cioè figlia di un padre che si scinde nelle sue stesse parti, che prendono vita senza che possa avere su di esse un controllo. Per dirla con Massimo Recalcati mentre recupera una felice formula di Jacques Lacan, la nostra è l’epoca dell’evaporazione del padre, del nòmos, della Legge: di quel “limite” che ponendo confini valoriali al figlio ne determinava la possibilità di un’autodeterminazione. Quella relativa alla scissione del corpo del pantocratore Wallace in “oggetti parziali”, poi, è una metafora di un certo appeal in un presente in cui sentiamo di non aver più controllo su alcuno dei nostri pensieri, desideri, pulsioni… poiché ciascuno di questi aspetti di noi ci è alieno. L’educazione, la tecnologia, la comunicazione di massa ci distraggono. Dalla parcellizzazione della personalità tipica della prima postmodernità emblematizzata da Wallace siamo passati alla paventata atomizzazione della seconda, quella attuale, (avviatasi con l’avvento della rivoluzione digitale) di cui è emblema Joey. Un’altra metafora può esserci d’aiuto: se nella modernità dagli anni Cinquanta in poi avevamo “pezzi di carne” sugli scaffali dei supermercati e qualche bambino aveva difficoltà a capire come essi potessero provenire da un animale vivo e intero, presto avremo bistecche assemblate da cellule allevate in vitro: l’animale intero non c’è più. E poiché “l’uomo è ciò che mangia” (ma qui sto scherzando), dall’”uomo senza qualità” di un passato tutto sommato rassicurante, perché colui che ci si stagliava davanti era pur sempre un uomo dotato di una sua coerenza e untiarietà, siamo passati al soggetto totipotente dall’identità fluida, cangiante, sempre in cerca di una definizione di un futuro assai prossimo. Evanescente poiché… non consiste. 

Come l’attuale Siri, la segretaria elettronica messaci adisposizione da I-phone con cui già contraiamo un rapporto proto-affettivo, la ragazza-ologramma Joey non ha un corpo, e come lei non ha una personalità. Dal suo interlocutore K apprende ogni modalità espressiva, sino a divenire un simulacro di personalità ottenuta assemblando sequenze mentali del possessore.
In realtà un po’ tutto, dalle persone alle produzioni culturali, nell’universo di Blade Runner sembra funzionare attorno a frammenti, pezzi assemblati di qualcosa di autentico che un tempo forse esistette e che ora si fatica persino a ricordare, tanto si è incapaci di immaginarlo nella sua integra totalità.
Sono frammenti i comportamenti di Joey, lo sono gli innesti di memorie che donano ricordi ai replicanti, lo sono gli spezzoni di performance di Frank Sinatra o di Elvis Presley riproposti in loop disperatamente àfoni tra le rovine di una città che non a caso è Las Vegas, matrice d’ogni finzione. Come a dire che là, in quel futuro, nemmeno una canzone nuova è possibile.

E’ tutto un “copiaincolla”, insomma. Un po’ come ci accade di esperire ogni volta che proviamo a scrivere un pezzo e la tentazione di “copiaincollare “ pensieri di altri è così forte da quasi sovrapporsi alla possibilità di pensare i nostri, di pensieri. D’altronde, le idee oggi corrono in rete da mente a mente, isolate dal loro contesto, dalla loro genesi, dalla loro storia; quasi ci fanno tenerezza, tanto sono usate, strumentalizzate e sole, orfane di chissà quale autore che tutti dimenticano. “Siamo fotocopie senza l’originale…” Chi lo disse? (L’attore italiano Carmelo Bene).

Come molti di noi, resi incapaci di un pensiero proprio poiché immersi in una società liquida (si veda l’articolo recentemente pubblicato sul nostro blog sul sociologo Zygmunt Bauman) caratterizzata dall’equivalenza di ogni valore, dunque dall’impossibilità di sceglierne e privilegiarne alcuni tra i molti (scelta su cui si fonderebbe un’identità), l’ologramma Joey non è una persona, è un simulacro. Un’immagine, un eidolon. Geniale la battuta della ragazza squillo chiamata a entrare nell’ologramma per permettere a K di avere con quest’ultimo un rapporto sessuale. Più o meno le dice così: “Io che sono stata dentro di te posso dirlo: lì dentro c’è meno roba di quanta te ne aspetti”.

Identità evanescente, dunque, personalità impossibile. Il nichilismo rappresenta l’esito o l’origine di questo impossibile appropriarsi di sé (di un passato, di una memoria, di un’origine, dunque di una meta da raggiungere)? Entrambe le cose, testimoniate dall’infinita tristezza che destano le atmosfere del film, dalla geniale colonna sonora all’incessante caduta d’acqua, neve, detriti che ne opprime gli scenari. Una frase che il filosofo Umberto Galimberti trae da Friedrich Nietzsche nel saggio “L’ospite inquietante, il nichilismo e i giovani” (Feltrinelli) è emblematica al riguardo:

“Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al “perché?”. Che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi perdono ogni valore.
(F. Nietzsche, Frammenti postumi, Opere, Adelphi, Milano 1972)

D’altronde, Joey è priva di corpo: come potrebbe pervenire a un’esperienza attendibile del mondo e, insieme, di se stessa senza poter far uso dei sensi, primo viàtico all’esame di realtà, all’incontro con il limite del mondo esterno da parte del neonato (padre dell’uomo)? Ecco, dunque, un'altra occasione d’identificazione con lei per noi creature occidentali postmoderne: il saggio dello psicoanalista junghiano Claudio Risé “Guarda, tocca, vivi” (Sperling & Kupfler, 2011) la dice lunga sui danni per la psiche di una vita trascorsa lontano dai messaggi dei nostri sensi, dei nostri corpi.
Tagliata fuori dall’esperienza del mondo e di se stessa, incapace di sintetizzare un’identità autentica, Joey non può che essere simile a ciò che la ninfa Eco è nel mito di Narciso, uno “specchio” del protagonista che gli funge da “alter ego” pur non avendo un’esistenza sua.
Con lei l’agente K contrae una relazione che non c’è, poiché in lei egli dà voce soltanto a una parte di se stesso, quella che attiene ai suoi “dubbi preconsci”.

L’esperienza ci è nota. Di fatto, molte delle relazioni che oggi contraiamo attraverso i social media sono più imbevute delle nostre proiezioni che reali, proprio per via della capacità dello strumento tecnologico di imprimere una forma peculiare a quanto viene trasmesso: “Il medium è il messaggio”, disse il filosofo Marshall Mc Luhan. 
Il “gruppo-mamma” onnipresente di Whatsapp, sempre pronto a farci compagnia evitandoci il dispiacere della solitudine e la fatica di un impegno duraturo in una qualunque attività di “presenza al mondo” ne è un esempio. Ma come questo, anche gli amori virtuali, sbocciati sulle ali del nostro “colorare la personalità altrui” dei nostri desideri.

Il “contatto” (e volutamente non utilizzo il termine “rapporto”) dell’agente K con Joey ci rammenta dunque della pericolosa qualità di “irrealismo” di cui sono permeate le nostre relazioni virtuali, dunque di quanto tempo trascorriamo, nelle nostre giornate, illudendoci di stare con gli altri, di essere amati… mentre in realtà tentiamo di amare solo noi stessi. E’ un legame, quello con i nostri alter virtuali, commovente e disperato tanto quanto lo è quello della ninfa Eco con il suo Narciso: lei non consiste; è ridotta a pallida, flebile eco della voce dell’Altro… potrebbe salvarlo, se soltanto lui, ascoltandola, si ascoltasse. Allora Narciso, così come K, così come tutti noi, troverebbe finalmente quel se stesso che tanto gli manca…Ma fino a che rimane prigioniero del copione che gli dèi del mito, la ditta Wallace del film o la cultura contemporanea sembrano aver scritto per lui e per le altre creazioni, questo non accadrà mai. Perché è come se l’emancipazione dalle proprie patologie, dai propri cortocircuiti del pensiero, dell’azione, della progettualità non potesse avvenire se non attraverso il rapporto reale d’amore, d’amicizia, di fratellanza con l’Altro da sé. Tocchiamo il fondo di verità celato in noi stessi soltanto quando incontriamo il limite, la descrizione, l’ammirazione dell’altro. E diamo il meglio di noi soltanto grazie al lavoro su noi stessi cui è l’altro a chiamarci.

L’epopea di quest’ultimo Blade Runner è dunque, nuovamente, un grido di dolore lanciato dall’uomo all’altro uomo: ritroviamoci oltre questa solitudine, reinventiamoci nella fratellanza, nell’amore. Che è ancora possibile oltre tutto questo narcisismo che illudendoci di unirci ci isola come monadi, oppure ci divide in tribù: amore possibile tra gli uomini, così come tra gli androidi, o addirittura tra le creature virtuali ed evanescenti del film.
Sepolto tra le rovine, in noi c’è “come un file”… un “innesto”, un “residuo inscalfibile” celato dalla natura nel nostro codice vivente, che potrebbe salvarci. E’ l’impulso ad amare. E’ lì da sempre… il più delle volte dimentichiamo di leggerlo, di tradurlo in carne, gesti, parole. Lasciamo che prevalgano altri “programmi”. Ma c’è ancora, basta che lo cerchiamo. E’ di questo che parla l’ultima scena del film. 


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3 commenti:

  • Anonimo scrive:
    12 ottobre 2017 04:43

    Commento nichilista di un film post-moderno non visto.

    “Il nichilismo rappresenta l’esito o l’origine di questo impossibile appropriarsi di sé (di un passato, di una memoria, di un’origine, dunque di una meta da raggiungere)?” Alessia Vignali

    Dipende dai punti di vista e da cosa si intende con nichilismo, chi o cosa si vuole annichilire.
    Perché il nichilismo non si contraddica, auto annichilendosi, nel tentativo di affermare un suo sistema di valori, esso non può che essere inteso come metodo; come l’aratura che prepara il terreno del pensiero umano alla responsabilità individuale di individuare i propri valori, non supremi.

    “D’altronde, Joey è priva di corpo: come potrebbe pervenire a un’esperienza attendibile del mondo e, insieme, di se stessa senza poter far uso dei sensi, primo viàtico all’esame di realtà, all’incontro con il limite del mondo esterno da parte del neonato (padre dell’uomo)?” A.V.

    Senza la fede in un Assoluto i valori pensati dal nichilista possono avere più o meno dignità (logico argomentativa) di un qualunque pensatore, è la prospettiva esistenziale a conferire profondità, unicità e dunque valore a quello che pensiamo, sentendolo.

    La tensione morale necessaria per fare questo non è quella del libertino, che trasgredisce limiti e valori ereditati senza metterli in discussione, ma quella del Ribelle.
    Tra la codardia del conformismo moralista o quella dell’anticonformismo immorale il Ribelle vede nella vita non autentica il pericolo più grande.

    Guardando senza ipocrisie alla propria vita, libero dagli assoluti metafisici, dimenticato dio tra i giochi dell’infanzia, conosciuta l’angoscia della morte e il dolore dell’abbandono delle persone amate, di un tale abisso di solitudine e vulnerabilità il mistico racconta lo spazio della trasformazione, il mistero della propria rinascita.

    “La vita ha un valore intrinseco, non ci sono obiettivi esterni. Per questo mi sforzo di tramutare tutto in gioia. Per me questa è la vera spiritualità” Osho, La mente che mente.

    Dunque non è una questione di testa, infatti un grande filosofo può non avere un grande cuore ribelle, può non essere un mistico e allontanare da sé il calice del mistero.

    "I temi urticanti del mistero della vita, della morte, del loro reale significato vi vengono infatti trattati con tutta la potenza di una “nuova mitologia”." A.V.

    Ma sarebbe meno urticante se tra vita e morte fosse tutto oggettivamente conoscibile e determinato da un fine?
    Come fa un robot a superare l’esperienza urticante di non essere stato strappato dal rassicurante ventre materno per essere esposto al mistero del mondo, dotato solo di un pianto e un sorriso irresistibili?
    Ma tutti maschi gli scienziati cibernetici?
    Se è vero che senza il padre può mancare la legge (limiti) e si può diventare stronzi, senza la madre non si può nascere umani.

    Un robot che rispetta la volontà inscritta nel suo programma dal suo creatore sarebbe la metafora scontata di quello che miliardi di persone fanno delle loro esistenze, devote al pensiero ereditato nel momento storico nel quale vivono, in conformità alle leggi di preti, sovrani, politici o del mercato, un film noioso e già visto, da millenni.

    Ma un “robot ribelle” è un ossimoro, dovuto a un malfunzionamento, metafora che la tecnica sfugge di mano e che la tecnologia che domina la post modernità non è infallibile, anzi, millanta.
    Infatti un creatore di A.I., che in quanto essere umano è parte del mistero, nel suo stesso esistere da individuo auto riflessivo e sociale, non può “trasferire” alla sua creatura in modo neutrale i dati di quel mistero. Non può farlo senza tradire la sua interpretazione sia dei dati che della loro elaborazione-organizzazione, compromettendo con questo l’autonomia della SUA creazione. Il mistero continua, senza fine, senza fini, per fortuna.francesco

  • Anonimo scrive:
    12 ottobre 2017 11:34

    Buongiorno Francesco,

    Nel tuo pezzo ci sono tali e tanti contenuti di rilievo... che il mio richiamo non può che scostarsi di poco da un invito a rileggere le tue parole.

    "Senza la fede in un Assoluto i valori pensati dal nichilista possono avere più o meno dignità (logico argomentativa) di un qualunque pensatore, è la prospettiva esistenziale a conferire profondità, unicità e dunque valore a quello che pensiamo, sentendolo.
    La tensione morale necessaria per fare questo non è quella del libertino, che trasgredisce limiti e valori ereditati senza metterli in discussione, ma quella del Ribelle.
    Tra la codardia del conformismo moralista o quella dell’anticonformismo immorale il Ribelle vede nella vita non autentica il pericolo più grande."
    La "vita NON autentica" e' davvero il pericolo più grande! Nel tuo intervento correttamente lasci intendere, pero' , quanto impervia sia la via per raggiungere quell'autenticità del sentire che è unica fonte della possibilità di trovare valori, ideali, mete, percorsi. Per reperire, insomma, un significato da dare alla nostra vita. Il compito è del singolo, come dici richiamandoci alla "responsabilità individuale di individuare i propri valori, non supremi. " Tuttavia enfatizzerei ancora una volta la difficoltà dell'impresa in un sistema sociale e valoriale come il nostro, che ha permesso non solo l'"evaporazione del Padre" (o valori , o Legge) , ma anche, e soprattutto, quella della Madre (!) , colei che per prima, trasformando le istanze del corpo in parola, fa del corpo del figlio una mente. Correttamente, infatti, ti poni la questione della genesi "materna" (o matrice "femminile") dei sentimenti.
    Mi piacerebbe approfondire questo argomento in una prossima occasione... magari in un prossimo articolo.
    Per ora voglio rimanere nell'importante emozione che suscitano le tue osservazioni, di cui la frase di Osho che citi sembra essere una magnifica sintesi :
    "La vita ha un valore intrinseco, non ci sono obiettivi esterni. Per questo mi sforzo di tramutare tutto in gioia. Per me questa è la vera spiritualità” .
    Alessia Vignali

  • Anonimo scrive:
    12 ottobre 2017 15:24

    Grazie, Alessia, è bello risuonare con te.
    Sembrano vicini ma il salto dalla testa al cuore può richiedere una vita.
    Una nota biografica, che non fa trend, per fornire la prospettiva del mio nichilismo, ed eventuale spunto per un tuo prossimo articolo sul tema dei “limiti parentali”: un padre assente (lavoro-amici-lavoro-amanti), quindi prima mitizzato e poi smitizzato, insieme all’autorevolezza delle sue leggi; una madre troppo presente con manie cattoliche castranti (oggi tutto è dissolto nella compassione).
    Ma negli anni 90 per fortuna ho frequentato la clinica della felicità…
    http://www.oshomiasto.it/index.php/it/programma/workshop-2/workshop-3/item/twice-born-osho-tantra

    Dare, e quali, limiti è un tema spinoso anche nella mia Sangha, con i tentativi a volte falliti di superare la famiglia con le comuni degli anni 80.
    http://sannyasnews.org/now/archives/7157#comments
    francesco

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