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lunedì 21 maggio 2018

MA STIAMO SCHERZANDO? di Militant

[ 21 maggio 2018 ]

A sinistra (dal Pd ai centri sociali) è tutto un coro di insulti, spocchia e disprezzo per il nascente governo giallo-verde. 
Una volta si chiamava "collateralismo" — ovviamente ai poteri forti.
Pochissime le eccezioni. Una di questa è quella del gruppo MILITANT, che quindi vale la pena segnalare.
Intanto le élite eurocratiche non perdono occasione per far capire che al primo "inciampo" proveranno a rovesciare ("ce lo chiede l'Europa"), il governo dei "populisti". 
Le ragioni, a nome di chi comanda davvero, ce le spiega bene Federico Fubini sul Corriere della Sera di oggi
Riferendosi alle misure contenute nel "contratto M5s-Lega il Nostro scrive:
«Queste politiche hanno fallito ovunque e a pagare il prezzo sono sempre stati i più deboli, ma il punto è un altro: il programma di 5 Stelle e Lega ha almeno il merito di chiarire agli italiani quale sia la posta in gioco. Parla di produttività solo in relazione agli uffici giudiziari; parla di mercato solo in negativo, come fattore da limitare, depotenziare e controllare. Non parla di nuove tecnologie. Parla invece di un ruolo attivo e diretto del governo nel sistema finanziario, attraverso una propria banca e anche attraverso il Monte dei Paschi. È una visione interventista, corporativa, protezionista e paternalista di un Paese avanzato e complesso. È la visione del «sovranismo», di chi pensa di poter gestire da solo le proprie cose senza doverle condividere con nessun altro. E può piacere o no, ma non sembra compatibile con le istituzioni dell’Unione Europea che invece sono basate sul controllo della finanza pubblica, un mercato regolato ma aperto, una società aperta, una sovranità condivisa con altri 26 Paesi e una moneta condivisa con altri 18 per far fronte alle pressioni della Cina, degli Stati Uniti o della Russia».

*  *  *  


Populismo di governo 
non significa europeismo d’opposizione



Potremmo avere davvero un governo “populista”. Non ci crediamo, troppi i vincoli che gravano sul presunto accordo legastellato: Berlusconi, l’Europa, i “mercati”, nonché prospettive strategiche differenti tra i due partiti contraenti. Eppure la crisi della rappresentanza liberale potrebbe portare addirittura al governo “dei barbari”, come li ha definiti il Financial Times. Tutto è ancora da vedere insomma. Due cose però sembrano sicure oltre ogni ragionevole dubbio: la prima, che tale governo non solo sarà destinato al fallimento, ma riporterà in vita i partiti della stabilità liberale una volta accertata l’assenza di vera alternativa allo status quo euro-liberista; la seconda, che la “sinistra” – tutta – per l’ennesima volta confonderà i termini della sua opposizione all’esperimento “populista”. Il governo ancora non c’è, in compenso abbondano le prove a sostegno del malinconico ruolo della “sinistra” a sostegno del più perfido ruolo ancillare della globalizzazione europeista. L’opposizione al governo “populista” sta già montando (rigorosamente sui social network, unico presidio antagonista del paese) nella direzione opposta al sentimento che ha portato Lega e M5S, insieme, al 50% dei votanti del paese.

In primo luogo va però chiarito un principio di realtà a cui la suddetta “sinistra” puntualmente si sottrae rifugiandosi nell’empireo delle proprie convinzioni ideologiche: qualsiasi risultato avrà l’accrocco populista, questo non apre nessuno spazio politico a sinistra. Lo spazio politico esiste solo in concreto, mai in astratto. In astratto possiamo prefigurarci tutti gli spazi politici possibili, ad esempio oggi manca lo spazio politico del comunismo, se vogliamo. In concreto, però, tali spazi sono possibili solo se esiste materialmente nella società una domanda inevasa che attende solo un’adeguata rappresentanza politica. Oggi lo spazio che la sinistra dovrebbe occupare è già occupato dal “populismo”, e altre domande sociali, altri bisogni di rappresentanza, non esistono. Il fatto che non esistono oggi non significa che non esisteranno più. Più semplicemente, questo vuol dire che il fallimento del “populismo” non spingerà “le masse” a prendere coscienza “dei loro reali bisogni”, e via delirando. Da una parte questo produrrà ancora più rifiuto della delega politica. Dall’altra tornerà a ingrossare (parzialmente certo) le percentuali elettorali del centro liberale.

Chiarito questo, se pure delle speranze rimangono, queste non avranno alcun modo di dispiegarsi attorno alla riproposizione dell’antiberlusconismo – divenuto oggi antipopulismo – fuori tempo massimo. Già si percepiscono tragicomiche alleanze implicite della “sinistra” dal Pd (anzi da Berlusconi) all’estrema sinistra. Combattere il “populismo” in nome dell’euro-liberismo, della globalizzazione, del cosmopolitismo, del libero mercato, della “fedeltà” ai vincoli di bilancio, non farà altro che certificare la morte della sinistra tutta di fronte alla vera domanda inevasa della società italiana: l’abolizione dei vincoli liberisti sul bilancio. La diarchia pentaleghista va di certo combattuta, ma in nome della mancata fedeltà alla percezione di rottura (una percezione fallace, ma tant’è, esiste e bisogna farci i conti) che questa suscita, non in nome del pareggio di bilancio. Va combattuta spingendo il governo “populista” ad abolire la Fornero e reintrodurre l’articolo 18, non in nome dell’articolo 81 della Costituzione. Va combattuta in nome dello sforamento dei vincoli di bilancio europeisti, non in difesa di questi. Il battutismo delle élite (“dove li troveranno i soldi” sghignazzano i sagaci commentatori) è lo stesso di Renzi, e chi è amico di Renzi, del renzismo, del Pd e delle sue propaggini intellettuali alla sua “sinistra”, è nemico del popolo. Oltre il “populismo” c’è il ritorno all’ordine. L’alternativa è praticare un’opposizione che costringa il “populismo” ad essere conseguente coi sentimenti popolari che suscita. Non può farlo, altrimenti non sarebbe populismo ma concreta alternativa al sistema politico-economico dominante. Un sistema di cui la sinistra fa ahinoi parte, non solo concretamente, ma soprattutto nella percezione degli strati popolari. Una percezione rafforzata ogni giorno di più dal battutismo snob verso “il governo più di destra della storia”. Ma stiamo scherzando? Non c’è niente, oggi, più a destra dell’euro-liberismo incarnato da Monti-Letta-Renzi-Gentiloni. Credere che gli esecutori del patto liberista siano nostri involontari amici, il “menopeggio” rispetto al “sovranismo” legastellato, significa confondere la realtà materiale con le nostre aspirazioni intellettuali.


* Fonte: MILITANT

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C'È UN BARLUME A SINISTRA

[ 21 maggio 2018 ]



Sabato scorso a Foligno, con un'ottima partecipazione di pubblico, si è svolto l'incontro con l'autore del libro "La Gabbia dell'Euro, perché uscirne è internazionalista e di sinistra" organizzato da Programma 101 in collaborazione con Rifondazione Comunista e Potere al Popolo. 


Ha introdotto i lavori Claudia Castangia di P101 che ha sottolineato i principali punti di convergenza tra l'analisi del movimento ed il saggio di Domenico Moro, a partire dal carattere irriformabile dell'Unione Europea. Come dimostrato dai fatti, in tutti questi anni

nonostante la devastazione sociale, l'aumento delle disparità tra i paesi dell'unione ed all'interno dei singoli paesi la disparità tra le classi, non ci sia stata la benché minima
Claudia Castangia
volontà di cambiare direzione; si veda il caso greco. Inoltre, i trattati sui quali si fonda l'UE sono volutamente intrisi dell'ideologia ordoliberista e modificabili esclusivamente con il consenso unanime di tutti gli stati membri. L'uscita dall'unione europea e dall'euro è quindi una condizione necessaria ma non sufficiente per superare la crisi drammatica che stiamo vivendo. Insieme ad essa si dovrebbero applicare una serie di misure volte a recuperare l'effettiva sovranità democratica costituzionale e nazionale.


Castangia ha ricordato come le argomentazioni del libro smontino la convinzione che l'uscita dall'euro sarebbe "politicamente e storicamente regressiva", e quindi reazionaria, perché rappresenterebbe il "ritorno alla nazione". La risposta leninista dell'autore è che la questione vada affrontata partendo "dall'analisi concreta della situazione concreta", dalla valutazione di classe di ciascun movimento popolare che si batte per la sovranità nazionale.

Successivamente è intervenuto il rappresentante regionale di Rifondazione Comunista Cristian Napolitano, il quale constatando che le elezioni politiche del 4 marzo hanno
A sinistra Christian Napolitano
fatto tabula rasa di quello che è stata la sinistra storica italiana, ha evidenziato come questo triste risultato sia il frutto di una linea politica ambigua che ha portato le forze di sinistra ad essere totalmente subalterne se non funzionali agli interessi del blocco sociale dominante.
Napolitano ha inoltre affermato che la democrazia, per ragioni culturali, storiche, linguistiche e sociali, ha avuto storicamente il suo ambito di espressione e di piena realizzazione nella dimensione nazionale, quindi le cessioni di sovranità dei diversi paesi all'Unione europea hanno determinato misure antipopolari, a danno delle classi sociali subalterne. In base alla sua esperienza di ex amministratore locale ha spiegato quindi come i vincoli europei creino problemi nella gestione degli enti locali nei territori.

Ha quindi preso la parola Domenico Moro che ha concordato con gli interventi precedenti nella critica netta all'Unione europea ed all'euro; portato diversi dati economici e statistici a dimostrazione dell'insostenibilità della moneta unica. E' passato poi ad affrontare la questione nazionale e la tematica della sovranità.


Questo a nostro avviso è il principale pregio del libro di Moro ed il punto di maggiore interesse della sua relazione: le ragioni storiche, politiche ed ideologiche per le quali molti, soprattutto a sinistra, associano automaticamente il concetto di nazione a quello di nazionalismo.
Ha ricordato come il concetto moderno di nazione —poi contestato dall'universalismo cosmopolita degli illuministi, Voltaire anzitutto — nasce con Rousseau. Il concetto rousseauiano di nazione come volontà popolare trova applicazione durante la rivoluzione francese da parte dei giacobini. 
Per quanto riguarda l'Italia, Moro ha citato la concezione di nazione risorgimentale richiamata anche nella lotta di liberazione dal nazifascismo dalle formazioni partigiane, anche comuniste, ad esempio le brigate Garibaldi. Non a caso tuttora l'organo dell'A.N.P.I. si chiama Patria Indipendente.
a destra Domenico Moro

Venendo all'attualità Moro, ha sostenuto che attualmente l'ideologia maggiormente coerente con il capitalismo e con l'imperialismo non è più quella nazionalistica, ma quella cosmopolita-globalista. Nel nostro continente questa tendenza ha assunto la forma dell'europeismo.
Tuttavia in questa fase lo stato nazionale non si eclissa ma si trasforma. La conseguenza principale dell'unione economica e valutaria europea, accanto alle cessioni di sovranità statuali, è stata la modifica dei rapporti di forza tra le classi a favore dello strato di vertice e internazionalizzato del capitale. Anche in Italia la frazione dominante del capitalismo ha infatti guadagnato dall'introduzione della moneta unica e questo spiega perché ci sia una resistenza così accanita contro ogni ipotesi di uscita dalla gabbia eurista.

Per Moro quindi è più opportuno parlare di recupero della sovranità democratica e popolare.

Successivamente c'è stato un articolato dibattito con numerosi interventi, in cui tra diverse accenti e sfumature è emersa la comune necessità di prepararsi alle prossime sfide che le oligarchie euriste metteranno in atto contro il nostro popolo.

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sabato 19 maggio 2018

RIVOLUZIONE ARANCIONE IN VISTA? di Sandokan

[ 19 maggio 2018 ]

Lo confesso, di economia capisco poco più di una mazza. Non saprei spiegarvi se le misure previste dal programma del governo giallo-verde hanno o  no le "necessarie coperture finanziarie". Nè sono in grado di dirvi se solo dal lato della crescita dei consumi potrà davvero aumentare il Pil. Non sono in grado nemmeno di stabilire se i poveri cristi con l'aliquota al 15% ma privati delle detrazioni ci guadagneranno o ci perderanno. Men che meno comprendo le sottigliezze metafisiche della politica monetaria, se quindi i minibot di Borghi siano o meno una moneta a tutti gli effetti.

Ma una cosa sono in grado di capirla, è sotto gli occhi di tutti. Non c'è una TV, non c'è una testata giornalistica, non c'è un esponente politico che non sia grillino o leghista, che non diano pregiudizialmente addosso al disperato tentativo di Di Maio e Salvini di formare il governo. Mi dicono che se uno da uno sguardo ai media stranieri la musica è la stessa.

Una vergogna! Uno schifo talmente rivoltante che in questi giorni mi è capitato diverse volte di cambiare canale tanta è la tracotanza di certi pennivendoli, così clamorosa e cinica la loro ostilità preventiva alla nascita del governo giallo-verde. Tutta la canea a disquisire (ma ho la sensazione che di economia e finanza questi ipocriti ci capiscono quanto ci capisco io) che le misure del "contratto" sono tutte in deficit, che non hanno né capo né coda, che con "questi dilettanti" le Borse crolleranno e il debito andrà alle stelle. Scopo di questa sfrontata campagna di propaganda è triplice: delegittimare chi ha vinto le elezioni, spaventare i cittadini, preparare il terreno ad un veloce ribaltone in Parlamento, magari accompagnato, nel caso, da una bella "rivoluzione arancione"...

Sarò un complottista ma a me pare evidente che dietro c'è un'unica regia. Di chi si tratta? Degli stessi che difendono il "pilota automatico", degli stessi che difendono senza se e senza ma l'Unione europea, che ritengono che senza "vincolo esterno" l'Italia andrebbe allo sfascio. Sono gli stessi che vorrebbero che si cedessero altre quote di sovranità.

Non ho votato né per Di Maio né per Salvini, ma l'istinto mi dice che si deve stare, fino a prova contraria, dalla loro parte. Non ho votato né Lega né M5S, ho anzi sprecato il mio voto mettendo una croce sul simbolo di Potere al Popolo. E mi sono indignato a leggere il comunicato con cui Potere al Popolo ha annunciato la sua opposizione dura al nascente — salvo Mattarella non si inventi qualcosa — governo giallo-verde. I distinguo non dissipano la sensazione che gran parte della "sinistra radicale", dietro ad una formale posizione di equidistanza "rivoluzionaria" abbia già deciso da che parte stare, da quella dell'establishment.

Nella "sinistra radicale" la si pensa in sostanza proprio come l'élite antipopolari, cioè che "se non è fascista il populismo di Salvini e Di Maio spiana la strada al fascismo". Non capirò l'economia ma la storia la conosco bene e una cosa del fascismo la so con certezza: i fascisti non possono salire al potere senza l'appoggio diretto dei poteri forti, delle grandi oligarchie capitaliste e degli apparati statuali della grande borghesia. Oggi abbiamo il caso contrario: le oligarchie italiane ed euro-tedesche temono come la peste un governo giallo-verde."Qualcosina" non torna. 

La dico come la penso: se c'è una minaccia fascista in Italia essa viene proprio dalle élite oligarchiche "antifasciste" che temono di perdere il potere. Guai quindi a fare con esse comunella poiché chi flirta con l'élite muore. Il 4 marzo è stato solo un antipasto... 








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CRITICA DEL FUSARO POLITICO di Moreno Pasquinelli

[ 17 maggio 2018 ]



Ricordando il duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx, ci eravamo ripromessi di tornare "sull'attualità e le antinomie del suo pensiero". E' in questa prospettiva che vogliamo occuparci dell'amico Diego Fusaro, visto che egli accetta di farsi accreditare come "filosofo marxista".
L'occasione ci è offerta dalla ristampa, per i tipi della Bompiani, di Bentornato Marx!, un libro del 2009.

Rileggere il libro a distanza di dieci anni conferma, a meno che non si voglia ridurre il marxismo ad un generico "anticapitalismo" — di anticapitalismi, infatti, ce ne sono molti —, che del lascito di Marx, in Fusaro, c'è oramai solo una sbiadita ombra. Di più. Denudato dalla erudizione filosofica, quello del Fusaro ci si presenta come un anticapitalismo molto distante — in decisivi luoghi addirittura in stridente contrasto — da quello del Moro. Il suo anticapitalismo pare solo una postura letteraria, un vezzo radical chic, un épouvanter lei bourgeois.

Scelta, tra le diverse possibili, la chiave ermeneutica ed epistemologica post-strutturalista e decostruzionista di certi filosofi francesi (che il compianto Preve etichettava come "pallocrati"), il giudizio di Fusaro è presto detto: Marx cattivo economista, fu anzitutto un filosofo, ma la sua filosofia, date le sue numerose aporie e antinomie, farebbe acqua da tutte le parti. Questo il succo delle sue quattrocento pagine. Vi chiederete a questo punto che senso abbia definirsi "marxista", per quanto "indipendente". Appunto.

Il Nostro converrà infatti che al netto della sua complessità teorica, alla base della grande fatica di Marx, c'è una cosa e una sola: l'analisi del sistema capitalistico, quindi le ragioni del suo carattere antagonistico, le cause delle sue contraddizioni intrinseche e della sua destinazione, il suo inesorabile "crollo" — ove per "crollo" non è da intendersi una caduta improvvisa, né un'automatica dissoluzione, bensì un processo storico il cui esito sarà deciso sul campo di battaglia: o il socialismo o l'autodistruzione delle classi in lotta. Fusaro potrà pure considerare, in compagnia con la sterminata armata dei suoi detrattori, che Marx sia stato un "cattivo economista", ma non c'è dubbio che il Moro, ove egli abbia pensato di restare alla storia, ha immaginato che questo posto sarebbe dipeso dalla sua critica dell'economia politica, ovvero dall'aver svelato le leggi del modo capitalistico di produzione. Non per niente egli ha considerato Il capitale la sua opera magna. 

E che ci dice il Fusaro? Raccogliendo alla rinfusa le numerose confutazioni dei teorici marginalisti, neoclassici e sraffiani, scrive, nero su bianco che: (1) la teoria marxiana del valore è sbagliata, (2) che lo sfruttamento è una mera categoria morale, (3) che sballata è la teoria sul saggio medio di profitto, (4) che è destituita di ogni fondamento scientifico la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, (5) dunque errate le cause delle crisi indicate da Marx.

E' quindi come minimo pittoresco che Fusaro, condivise le tesi dei demolitori della teoria marxiana del capitalismo e "provata" l'inconsistenza scientifica del suo impianto categoriale, scriva che "tuttavia non va buttato il bambino con l'acqua sporca". Non si capisce in cosa consista questo "bambino" se non appunto, una critica etico-morale del capitalismo buona per tutte le stagioni. Una "pappa del cuore" che più lontana da Marx non si potrebbe.

Non avendo lo spazio per trattare adeguatamente la teoria marxiana del valore (ce ne siamo occupati  ampiamente anche su questo blog), vediamo di capire quale sia l'impianto categoriale che egli mette al posto di quello di Marx, qual è dunque il "bambino" che il Fusaro ha partorito? Ce lo spiega nella densa prefazione a questa seconda edizione del suo Bentornato Marx! A questo "bambino" il Nostro da addirittura un nome: "capitalismo assoluto". Un concetto che ci apprestiamo ad analizzare. 
Intanto va detto che egli lo prende in prestito — come vedremo snaturandolo assai —, dal compianto Massimo Bontempelli e dall'amico Marino Badiale. Essi lo utilizzarono per la prima volta nel 2009 nel libro LA SINISTRA RIVELATA. Il Buon Elettore di Sinistra nell’epoca del capitalismo assoluto (Massari Editore).

Cosa essi intendessero lo spiegano a chiare lettere:
«“Capitalismo assoluto” è un’espressione che abbiamo introdotto per indicare la fase recente del capitalismo, nella quale il modello aziendalistico diviene l’unico modello accettabile di organizzazione della realtà sociale, ogni aspetto della vita sociale viene pensato in termini aziendali (investimenti, profitti), e il paese stesso non è più una nazione ma un’azienda, l’ “azienda-Italia”. Utilizzando i concetti della tradizione marxista, possiamo dire che in questa fase storica il “modo di produzione” capitalistico tende a coincidere con la “formazione sociale” (con la concreta società in cui viviamo), e il capitalismo diviene “assoluto” perché non si limita più a indirizzare la dinamica sociale ma permea ogni aspetto della realtà».
Nello spirito e nella lettera Bontempelli e Badiale non solo non pretendevano revocare in dubbio l'impianto categoriale marxista, essi ritenevano anzi che la loro definizione fosse un inveramento dell'analisi e della profezia marxiana. [1]

Non è così per Fusaro. Per il Nostro non si tratta dell'ultima fase del capitalismo (che conserva, esasperandoli, i tratti essenziali del capitalismo); per il Nostro saremmo in presenza di una formazione sociale la quale, ragionando in termini marxiani, funzionerebbe con leggi di movimento sue proprie e diverse. Ce lo spiega, appunto, nella prefazione, dalla quale estraiamo alcune chicche.
«Si è costituita una nuova forma di capitalismo feudalizzato, in cui la ricchezza è svincolata dal lavoro e la polarizzazione tra il vertice e la base si fa ogni giorno più accentuata». [sottollineatura nostra]
Che sciocchezza l'idea della "Ricchezza svincolata dal lavoro", ovvero non creata dal lavoro! Ma proprio questo è l'esito obbligato della critica marginalista-borghese alla teoria marxiana del valore. Cosa ci direbbe invece Marx? Che oggi come ieri, oltre alla natura, solo il lavoro è fonte della ricchezza sociale, ricchezza che il capitale, grazie al possesso dei mezzi per produrre, si appropria, ma non genera motu proprio

La conseguenza di questa sciocchezza è una seconda sciocchezza: il Fusaro sembra credere che nel circuito della speculazione finanziaria e borsistica venga creata ricchezza, quando si tratta invece di predazione di valore già esistente — prodotto nel ciclo di produzione delle merci, materiali o immateriali che siano — da parte di capitalisti a danno di altri. Il Nostro fraintende dunque, in modo clamoroso, lo schema con cui Marx descriveva il ciclo della speculazione finanziaria: D-D1: se una banca presta centomila euro e ottiene un interesse, poniamo del 3%, con ciò la ricchezza sociale non aumenta di un grammo, come non aumenta di una lira ove in borsa avvenga che un Soros, avendo scommesso su questo o quel titolo, sull'andamento di questa o quella valuta, guadagni, poniamo, 100milioni. Si tratta di quattrini predati ad altri estorsori di valore come lui.

Poco più avanti Fusaro afferma:
«Non più il lavoro, ma la rendita torna ad essere il fulcro del modo della produzione. Il mondo borghese e proletario, incardinato sul valore del lavoro — qui Marx avrebbe precisato: "della forza-lavoro, non del lavoro NdA — e su un mondo della vita non ancora integralmente mercificato, è superato dal nuovo assetto post-borghese e post-proletario del capitalismo flessibile-finanziario, poggiante sui due pilastri dell'usura e della bancocrazia. Se la borghesia e il proletariato vivevano del lavoro, sia pure diversamente praticato e concepito, la nuova oligarchia finanziaria dei capitani cosmopoliti della new economy è affrancata dall'attività lavorativa e dal suo concreto quadro concettuale. (...) Il capitalismo aristocratico-finanziario annichilisce il capitalismo borghese-industriale e le sue due classi di riferimento». [sottollineature e corsivi miei]
Il guazzabuglio s'ingarbuglia. Per giustificare la sua idea che saremmo oggi alle prese con una società "post-borghese e post-proletaria", il Nostro scrive che "Il mondo borghese e proletario, incardinato sul valore del lavoro... è superato". Risulta alquanto bizzarro che, negata ogni base scientifica alla teoria marxiana del valore, egli la riabiliti scaltramente, facendone addirittura il paradigma teorico per individuare la cifra della distinzione tra una formazione sociale e un'altra. Sarebbe giusto se fosse vero, ma è sbagliato. Al netto della prosopopea del Nostro, la finanziarizzazione globalizzata non ci ha portato affatto in una "società post borghese e post-proletaria", ci ha fatto semmai ritornare, seppellito il "trentennio dorato", al capitalismo di vecchio stampo, a prima del '29, ad una società non solo più polarizzata ma ancor più proletarizzata.


Elaborazione SOLLEVAZIONE su dati: ILO e Cia Book. Clicca per ingrandire
E' vero che all'interno della classe capitalistica la frazione dominante è divenuta quella finanziario-predatoria, ma che la finanza sia il "fulcro" del sistema economico e non sia più il lavoro salariato — ovvero che non sia più esso a valorizzare il capitale — è una corbelleria. 
L'amico Fusaro dovrebbe peritarsi, fosse davvero un marxista, a compiere un'indagine scientifica e meno fantasmatica della realtà. Con il ciclo neoliberista, se considerato su scala globale, come in effetti dev'essere fatto, il lavoro salariato non è meno ma più determinante di quanto non fosse decenni addietro. [2]

E' quindi sballata l'idea che "Il capitalismo aristocratico-finanziario abbia annichilito il capitalismo borghese-industriale e le sue due classi di riferimento", di conseguenza inesatto sostenere che i "due pilastri" del sistema siano "l'usura e la bancocrazia". Tesi questa evocativa, questa del mondo governato dagli usurai, le cui origini sono lontane e che ha un vago sapore fascistoide. Tesi che ai fascisti infatti piace assai poiché funziona come alibi per assolvere il "buon vecchio capitalismo" — che obbligava al lavoro coatto i proletari (compresi bambini, malati e donne incinte) ricompensandoli con un salario di fame che era "come il foraggio per le vacche" —, e la loro utopia corporativa.

Da questa analisi sbagliata il Fusaro non poteva che ricavare un assunto teorico sbagliato, a ben vedere copia su carta carbone dalle negriane "moltitudini": al posto delle tradizionali classi sociali avremmo una nuova mega-classe. Sentiamo:
«La vecchia borghesia imprenditoriale del ceto medio dirigente e il vecchio proletariato dei lavoratori di fabbrica vanno, così, a costituire una nuova classe in fieri, che non è più borghese e non è più proletaria: e che, insieme, è oggetto di sfruttamento da parte del polo dominante svincolato dal lavoro e attivo unicamente nella sfera finanziaria della rendita e della bancocrazia. Anch'esso non è più connotato come borghese, né, a fortiori, come proletario. (...) La nuova global class finanziaria e neo-feudale sfrutta oltre ogni limite la pauper class, la plebe postmoderna composta dalla vecchia borghesia e dal vecchio proletariato».
Avremo il difetto di utilizzare "l'impianto categoriale marxista", ma se fosse come la mette Fusaro, è evidente che non saremmo più in presenza del capitalismo (quale che sia il predicato che gli si voglia affibbiare), ma di una diversa formazione sociale, di un sistema sociale (il "capitalismo assoluto") per quanto abietto, del tutto nuovo. E' proprio questo quel che il Nostro infatti sostiene. Non volendo egli utilizzare l'apparato concettuale marxiano quando prova a connotare questo "capitalismo assoluto", o si arrangia con concetti astrattissimi rubati a Marcuse ("mercificazione totale"), o coi salti mortali ontologici. Una autentica chicca psuedo-hegeliana è quando afferma:
«Il modo della produzione è "superato" nella sfera del modo della produzione (...) E' "superato" dialetticamente (sia pure non nel comunismo) perché ne vengono mantenuti i fondamenti, ne vengono superate le contraddizioni (la polarità borghese e proletaria) e ne viene realizzata compiutamente in forma absoluta l'essenza».
Pensavamo che una contraddizione è dialettica dal momento che c'è opposizione tra un ente ed il suo opposto. Ora, ammesso che Marx abbia sbagliato a vedere nella borghesia e nel proletariato due irriducibili poli opposti sociali — per cui il superamento di questa antitesi era per lui la scomparsa di entrambi e l'avvento di un terzo (comunismo) — risulta alquanto bislacco affermare: (1) che il polo opposto del vecchio capitalismo sia quello finanziario e (2) che la supremazia di quest'ultimo non realizzi un'essenza totalmente altra ma anzi attui, addirittura in "forma absoluta", l'essenza del polo soppresso. Un pasticcio assoluto, una absentia absoluta di rigore logico.

Ma riscendiamo dal cielo della filosofia a quello della politica.
Neghiamo noi forse che la iper-finanziarizazione sia una "mutazione qualitativa" del capitalismo? Certo che no. Abbiamo anzi criticato a più riprese chi si ostina a non riconoscere i cambiamenti intervenuti col lungo ciclo della nuova globalizzazione neoliberista. [3]

Abbiamo anzi spiegato la iper-finanziarizazione o capitalismo casinò,  anche ricordando alcune intuizioni di Marx, che proprio a causa delle crisi ricorrenti [4] il capitale tenta una via surrogata di valorizzazione. Tuttavia una mutazione, per quanto qualitativa, non è sufficiente per stabilire il passaggio da un sistema ad un altro, tanto più senza sconquassi storici. Anche la fase keynesiana del "trentennio dorato", segnata dalla centralità degli Stati come protagonisti del ciclo economico, era una mutazione qualitativa rispetto al liberismo selvaggio che regnava prima della crisi del '29, ma non segnava un salto sistemico, per di più si è rivelata una parentesi. Destino che toccherà anche e comunque e tra spasmi dolorosi alla figura della iper-finanziarizazione. 

Per di più noi ne abbiamo sempre parlato come caratteristica specifica dell'Occidente imperialistico (e delle sue enclavi) e segno della sua decadenza, a fronte dell'impetuoso sviluppo capitalistico in altre aree del pianeta, Cina anzitutto. Aree dove infatti è avvenuto un ciclo di industrializzazione e proletarizzazione, a ben vedere, senza precedenti. Aree in cui si è effettivamente spostato il baricentro della produzione capitalistica. E comunque la de-industrializzazione è stata sì la tendenza generale dell'Occidente, ma a patto di vederne le contro-tendenze (Germania su tutte) e le modalità contraddittorie (delocalizzazioni industriali in aree con più bassi costi di produzione e salariali).

Fusaro, portando alle estreme conseguenze la sua analisi, ritiene che avremmo oggi una cosiddetta "pauper class" composta dal "vecchio proletariato" e dalla "vecchia borghesia imprenditoriale", che sarebbe sfruttata anch'essa dagli usurai. En passant notiamo un'ulteriore aporia: abbiamo visto che Fusaro contesta la categoria marxiana di "sfruttamento" come "mera categoria morale"; ma è proprio questo che egli fa scambiando lo sfruttamento di classe, l'estorsione di plusvalore, con i furti dei mariuoli.
Come spiegare l'astrusità della "pauper class"? Se il Nostro, invece di saltellare da un'ovattato studio televisivo all'altro, scendesse nel mondo reale, capirebbe l'errore. Esistono e come! una classe borghese che possiede i mezzi di produzione ed una classe proletaria nullatenente che possiede solo la propria forza lavoro. Che la prima sia ben consapevole dei suoi interessi di classe mentre la seconda non sappia più cosa sia e sia anzi intrisa della merda ideologica dominante, non inficia che sono classi ai poli opposti della società. 

Ciò detto sappiamo che la contraddizione principale non è oggigiorno quella tra questa due classi, che in questa fase essa sia un'altra. Che nelle condizioni in cui il nostro Paese si trova occorra una strategia di unità patriottica per uscire dalla gabbia dell'euro e sganciarsi dalla globalizzazione, siamo stati e siamo i primi a sostenerlo. [5] Una strategia politica che tuttavia solo prima vista può essere confusa con quella del Fusaro. Una strategia ha senso se essa ha un fine, e noi non abbiamo mai nascosto che questo fine è il socialismo. [6] Quale sia il fine del Nostro difficile dire. E se ci risulta  difficile capirlo la ragione è forse che nemmeno lui lo sa. 

I maligni dicono che egli non voglia dirlo, che ce lo nasconde. I maligni dicono che l'aver lui accettato di collaborare con Casa Pound, svelando chi siano i suoi sodali, indica anche che la sua visione della società non sia altro che il corporativismo (fascistoide). Speriamo si sbaglino. Speriamo che Fusaro, invece di avventurarsi sul terreno della lotta politica, invece che mettersi in mostra nei salotti televisivi della global class, si limiti a fare ciò che lui dice di saper fare meglio, filosofeggiare e studiare, fermo restando che per noi vale l'XI. delle marxiane Tesi su Feuerbach"I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo".

NOTE


[1]  Affermavano infatti Bontempelli e Badiale: «La crisi economica attuale è una crisi seria. Ci permettiamo di formulare una previsione: le voci ottimistiche che si sentono in questi giorni, sul fatto che il peggio è ormai passato, saranno secondo noi smentite entro l’anno. La crisi è seria perché discende dalle caratteristiche di fondo dell’attuale fase capitalistica: l’abbassamento del livello di vita delle classi subalterne ha creato in tutto il mondo occidentale un deficit di domanda solvibile, al quale si è tentato di rimediare con il credito facile, che a sua volta ha generato la bolla speculativa poi esplosa con le conseguenze note. Non siamo certo in grado di affermare che questa sia la fine del capitalismo, ma è molto probabile che la crisi segni l’inizio della fine per quella forma particolare di organizzazione che il capitalismo si è dato negli ultimi trent’anni (“globalizzazione”, “neoliberismo”). Cosa verrà dopo di questo non possiamo saperlo. Data la totale mancanza di forze politiche in grado di indirizzare la crisi verso forme di organizzazione sociale capaci di maggiore giustizia, è assai probabile che ciò che emergerà dalla crisi sarà un capitalismo più feroce e inumano di quello attuale, un capitalismo “alla cinese”, per intenderci. In ogni caso ci sembra che la crisi economica stia accentuando alcuni processi di crisi della civiltà occidentale che erano già in corso».

[2] «L'ultimo trentennio di globalizzazione capitalista ha invalidato o convalidato l'analisi di Marx? I dati empirici dimostrano che aveva visto giusto. La tabella mostra che i lavoratori salariati sono più di due miliardi. Ma sono numeri per difetto, poiché la tabella non prende in considerazione centinaia di milioni di salariati, spesso minori, che vengono sfruttati ma non sono registrati come forza-lavoro. Qui da noi si direbbe che "lavorano a nero". Si tenga poi conto che centinaia di milioni di addetti all'agricoltura sono anch'essi dei salariati. Lo stesso numero dei proletari senza lavoro è evidentemente calcolato per difetto. Anche ove fosse giusto, gli stessi dati del Fondo Monetario indicano che la crisi scoppiata nel 2008 ha fatto aumentare la disoccupazione mondiale — nel 2005 le statistiche parlavano di 192 milioni di disoccupati. Sottolineiamo che Marx includeva i disoccupati, ovvero lo "esercito industriale di riserva", nella classe proletaria e non, come a torto si ritiene, nel "sottoproletariato". Mai come adesso la classe proletaria è stata così numerosa».
In: LA GLOBALIZZAZIONE SMENTISCE LE "PROFEZIE" DI MARX? di Moreno Pasquinelli

[3] «Il processo di finanziarizzazione consiste essenzialmente nel fatto che il capitale, giunto al suo massimo punto di espansione nel periodo keynesiano, con l’ausilio determinante del potere politico imperiale nordamericano da Nixon in poi, per diverse cause (tra cui l’avanzata delle lotte operaie e dei popoli oppressi, la concorrenza forsennata tra monopoli, il declino dei tassi di plusvalore) è stato spinto ad orientarsi verso la speculazione (denaro che riconsegna più denaro) senza passare per un ciclo produttivo di plusvalore che implica investimenti produttivi, accumulazione di capitale e quindi sviluppo delle forze produttive materiali. In termini marxiani, inceppatasi la “riproduzione allargata”, il capitale, che per sua natura cerca anzitutto profitto, ha finito per scegliere le modalità speculativo-finanziarie per ottenerlo. Abbiamo che in Occidente il capitale monetario fa fatica a convertirsi in capitale produttivo, che l’eccedenza ottenuta nel processo di produzione, invece di essere riconvertita in plusvalore, preferisce ottenere plusvalenza monetaria nei mercati finanziari, del debito e delle valute. Siccome capitale produttivo è solo quel capitale che crea sì profitto ma solo in quanto crea plusvalore su scala sempre più ampia, abbiamo che il capitale è diventato appunto anzitutto speculativo e improduttivo. I settori produttivi che resistono sono quelli in cui il ciclo di valorizzazione è sempre più breve (a danno di investimenti che hanno periodi lunghi di remunerazione) e quelli rivolti al mercato dei beni di consumo (che infatti hanno generalmente tempi brevi).
Ciò ha indotto profonde trasformazioni sia per quanto attiene alla composizione delle due classi fondamentali e alle loro relazioni reciproche, che alla composizione della società tutta. Alla crescita abnorme del capitale improduttivo (e dei settori rentier della borghesia) ha corrisposto necessariamente l’aumento del lavoro improduttivo. Ha infine causato la definitiva sussunzione dello Stato e della sfera del politico, nella forma della loro privatizzazione da parte degli organismi e dei consorzi speculativi transnazionali (sotto le mentite e ingannevoli spoglie dell’osservanza delle “regole del mercato”, nel frattempo brutalmente manipolate dai pescecani della speculazione).
Un simile modello sistemico è per sua natura parassitario, instabile e destinato a passare, nel contesto della fine della crescita e dell’opulenza, da un crack all’altro, senza la possibilità (salvo un redde rationem bellico) di potere invertire il corso decadente, producendo nuove e inedite tensioni sociali all’interno stesso delle roccaforti imperialistiche, e dunque il ritorno al centro della scena della necessità di una rottura rivoluzionaria e della fuoriuscita dal capitalismo».


[4] «Quand’è che il ciclo espansivo si interrompe? Quando non si realizza la formula che racchiude l’essenza stessa del meccanismo capitalistico: D-M-D’. Il possessore del denaro-capitale desiste dal mettere in circolazione il proprio D, ovvero ad investire il suo denaro nel ciclo produttivo, ove temesse di non ottenere D’, quel surplus di valore che, come abbiamo visto, è il solo incentivo della produzione capitalistica. Senza D’ il capitale desiste dall’investire, preferisce, o mantenere il capitale nella forma monetaria aspettando circostanze più favorevoli, oppure, come è successo, indirizzarlo nel campo evanescente e aleatorio della pura speculazione finanziaria. Ecco dunque che il processo semplicemente si interrompe e scoppia la crisi. Nel nostro caso: la crisi di sovrapproduzione era già in atto negli anni ’80-’90, ciò che spiega come mai enormi masse di capitale scelsero la strada piscotropica della speculazione finanziaria, la scorciatoia illusoria che il denaro producesse denaro (D-D’). Il crack finanziarioera inevitabile, come del resto i più accorti economisti avevano ampiamente previsto».

[5] Tesi per una sinistra patriottica di P101

[6]  L’ITALIA SOCIALISTA CHE IMMAGINIAMO  di P101




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venerdì 18 maggio 2018

IERI A ROMA: "NON STAREMO ALLA FINESTRA"

[ 18 maggio 2018 ]

Ieri, a Roma, si è svolto l'incontro pubblico promosso da Programma 101 "VINCERE LA PAURA".

[nella foto da sinistra: Antonella Stirati, Luciano Barra Caracciolo, Fabio Frati e Stefano Fassina]

I lavori sono cominciati con l'introduzione di Fabio Frati. A nome della sezione romana di P101, Frati ha espresso la visione e l'orientamento politico dell'organizzazione. In estrema sintesi: col 4 marzo il Paese è entrato in una nuova fase, piena di incognite ma anche, finalmente, di speranza. Si decide se nascerà una terza repubblica che punta a tornare sovrana o se saremo sottoposti ad un vero e proprio regime coloniale. C'è una gerarchia dei fattori. Occorre distinguere il principale dal secondario. Ove il governo giallo-verde, al netto delle sue ambiguità, rompesse gli indugi e si incamminasse sulla via della disobbedienza ai poteri forti eurocratici, la sinistra patriottica, pur criticamente e in modo indipendente, dovrà sostenerlo. Ove invece imboccasse la via di Tsipras e finisse per inginocchiarsi, esso andrà combattuto senza indugi.

Ha quindi preso la parola Luciano Barra Caracciolo
Egli ha mostrato, con la consueta precisione, come e perché i trattati costituivi dell'Unione europea (a partire da quello di Roma del 1957 fino al Fiscal compact), in quanto fondati sui due paradigmi del liberoscambismo e della cessione di sovranità (ben altra cosa rispetto alla "limitazione" come dice l'Art.11), siano incompatibili con la Costituzione della Repubblica italiana. 

In particolare Barra Caracciolo si è soffermato sul concetto dei "controlimiti". Di che si tratta? Del fatto che la Costituzione italiana (che per Barra Caracciolo descrive un modello di "democrazia sociale e non "liberale") definisce come invalicabili alcuni principi fondanti della Repubblica, ponendo limiti invalicabili alla intrusione delle norme dell'Unione europea. Di più, questi principi di "democrazia sociale", essendo elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, sono per ciò stesso sottratti anche alla stessa procedura di revisione costituzionale.
Cosa è invece accaduto? Che per "piccoli e successivi passi" norme di diritto comunitario, confliggenti con gli stessi principi della Carta (vedi anche Art. 81), sono state introdotte dal legislatore, dunque extra legem, norme che di fatto la stravolgono.

E siamo così all'oggi.
Siccome l'eventuale governo giallo-verde, al netto delle enormi debolezze e ambiguità, allude alla rottura di alcuni vincoli europei, è sottoposto ad un fuoco preventivo di sbarramento col motivo che sarebbe inaccettabile, nonché impossibile, mettere in discussione le norme eurocratiche. Non è dunque accettabile, nel caso e solo nel caso che questo governo disobbedisca davvero ai diktat di Bruxelles-Francoforte-Berlino, assistere inermi a questa vera e propria guerra coloniale per soggiogare il Paese e calpestare il mandato venuto dalle urne il 4 marzo.

L'economista Antonella Stirati, sulla scia di quanto detto da Barra Caracciolo, ha esposto con lucidità le origini e la natura del pensiero ordoliberista che sottostà al disegno europeista. Privando i singoli paesi di un'autonomia per quanto concerne la politica monetaria, non solo si è impedito agli stati di affrontare i problemi derivati dalla grave crisi del 2007-2008, ma ha anzi condannato l'Italia a politiche pro-cicliche e recessive devastanti. L'Unione europea, lungi dall'appianare i divari tra le diverse economie, li ha anzi accentuati, aggravando gli squilibri all'interno stesso dei diversi paesi. Il ritorno alla sovranità statale e monetaria, a politiche economiche e fiscali sovrane, è una necessità ineludibile. Non sarà una passeggiata, per la schiacciante forza del nemico, a causa della pervasiva egemonia del pensiero neoliberista nelle università, nei media mainstream. Come Barra Caracciolo, la Stirati ha denunciato la campagna preventiva di intossicazione contro il nascente governo giallo-verde, che punta ad impedire ogni tentativo di spezzare i vincoli europei. Passando la parola a Fassina si è quindi chiesta come sia stato possibile che le sinistre siano giunte al punto di diventare gli araldi di un malinteso cosmopolitismo ovvero dei poteri eurocratici, giungendo perfino ad invocare il vincolo esterno e giustificare ulteriori cessioni di sovranità statuale e nazionale.


Ha quindi preso la parola Stefano Fassina. Da segnalare l'intervista da lui appena rilasciata a il manifesto in edicola. [vedi foto accanto]

Fassina ha affermato senza ambagi che ove il governo giallo-verde adotti misure sociali di giustizia sociale che rompano la catena di sudditanza all'Unione europea, e rilancino l'economia e l'occupazione, esso merita di essere sostenuto. 

Ciò non vuol dire che non si debbano contrastare, nel Paese e in Parlamento, le eventuali misure inaccettabili che Lega e M5S volessero intraprendere. Fassina, non senza amarezza, ha quindi denunciato l'ostilità preconcetta che tanta sinistra ostenta verso il governo giallo-verde. La denuncia di Fassina è stato chiara: "La reazione di queste ore porta dritti ai governi alla Monti, che pretendono di bypassare la legittimazione democratica. Ma non giriamoci intorno. M5S e Lega hanno raccolto le domande di chi è colpito dal quadro dato". La sinistra, se si schiera coi poteri forti rischia di essere spazzata via. Ha quindi concluso ribadendo l'enorme portata e le difficoltà della battaglia contro i poteri oligarchici, difficoltà che certo europeismo a prescindere, aumenta. 
Ha quindi fatto  appello a stare in guardia, a coordinarsi per resistere e cercare un sentiero che porti alla nascita di un movimento politico che faccia del "patriottismo costituzionale" la sua cifra identitaria e strategica.

Le conclusioni sono state tirate da Moreno Pasquinelli, che ha sottolineato la sostanziale convergenza con tutti e tre i relatori. Ricollegandosi a quanto affermato da Fabio Frati, ha quindi precisato — di contro a quelli del né-né, a chi già annuncia un'opposizione a prescindere del nascente governo giallo-verde — che la sinistra patriottica, ove le euro-olicarchie si decidessero a sferrare un'aggressione a tutto campo, assumerà una posizione di difesa. "Ammesso che Mattarella non si metta già ora di traverso alla nascita del governo perché "sovranista", ponendo il veto su questo o quel ministro — cosa che va condannata con decisione e andrà impedita — la battaglia sarà sulla prossima Legge di bilancio". "Chi comanda davvero non consentirà nessun gesto di disobbedienza ai trattati europei, anche perché questo esempio potrebbe essere contagioso". In caso di scontro aperto M5s e Lega non solo potrebbero, ma dovrebbero chiamare alla mobilitazione delle masse popolari, unica e vera risorsa per resistere e non essere travolti". Ha quindi concluso che non dev'esserci alcun dubbio, in questo caso, su quale sarà il posto della sinistra patriottica.







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giovedì 17 maggio 2018

PALESTINA: MASSACRO ORDINARIO

[ 17 maggio 2018 ]




1948. 70 anni fa nasceva Israele. Per i palestinesi una NAKBA, una catastrofe. Cosa fu la NAKBA? Una colossale pulizia etnica, quasi un milione di palestinesi cacciati dalle loro case,  condannati all'esilio o chiusi nei campi profughi. Nell'anniversario i palestinesi stanno manifestando per  rivendicare il diritto al ritorno. Voi al loro posto che avreste fatto?
Quel che fa Israele è sotto gli occhi di tutti. 

60 morti ammazzati, tra cui 18 bambini. 2700 feriti, mille i bambini rimasti feriti. 
Colpiti da bombe "intelligenti"? Morti a causa degli "effetti collaterali" della guerra? 
No, caduti per il tiro al bersaglio dei  cecchini dell'esercito israeliano.
E' forse "antisemitismo" denunciare questo massacro?

*  *  *

Comunicato stampa di Save the Children
15 maggio 2018


Gaza: 18 bambini hanno perso la vita dall’inizio delle proteste, 1.000 quelli rimasti feriti


Almeno 13 bambini hanno perso la vita a Gaza da quando, più di sei settimane fa, sono cominciate le proteste, mentre il numero di persone rimaste ferite ha ormai superato quota 10.000,di cui almeno 1.000 sono minori. Quella di ieri, sottolinea Save the Children – l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro – è stata una delle giornate più sanguinose dalla guerra del 2014, con 6 bambini che hanno perso la vita e più di 220 rimasti feriti, tra cui, secondo i dati del Ministero palestinese per la Salute a Gaza, più di 150 colpiti da colpi d’arma da fuoco. Lo stesso Ministero, del resto, conferma che circa 600 bambini sono stati finora ricoverati in strutture ospedaliere, mentre secondo le informazioni diffuse da un’agenzia impegnata nella protezione dei civili almeno 600 minori hanno attualmente bisogno di supporto psicosociale.

“L’uccisione dei bambini non può essere giustificata. Chiediamo con urgenza a tutte le parti di adottare misure concrete per garantire l’incolumità e la protezione dei bambini, nel rispetto delle convenzioni di Ginevra, del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani. Chiediamo inoltre a tutte le parti di impegnarsi affinché tutte le proteste rimangano pacifiche, di affrontare le cause alla radice del conflitto e di promuovere dignità e sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi”, ha affermato Jennifer Moorehead, Direttrice di Save the Children nei Territori palestinesi occupati.

Anche prima dell’inizio delle proteste, gli ospedali di Gaza erano quasi al collasso con il 90% dei posti letto già occupati. L’afflusso di nuovi feriti ha significato che tante persone vengono curate nei corridoi o dimesse prima di essere adeguatamente curate. A peggiorare ulteriormente la situazione, secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, solo a pochissimi feriti viene permesso di lasciare Gaza per cercare assistenza medica, il che aumenta le probabilità di complicazioni e impedisce ai bambini di ricevere le cure di cui hanno bisogno.

“Le famiglie che incontriamo ci dicono che stanno letteralmente lottando per sopravvivere, mentre cercano di prendersi cura dei propri cari che sono rimasti feriti. Spesso non possono permettersi cure e medicinali e ci raccontano di essere estremamente preoccupate per il futuro dei loro bambini, già devastati da più di 10 anni di blocco israeliano e dal sempre minore interesse da parte dei donatori. Le continue interruzioni di corrente e il congelamento degli stipendi dovuto alle continue divisioni tra l’Autorità Palestinese che governa la West Bank e l’autorità de facto di Gaza, inoltre, significa aggravare ulteriormente le condizioni di vita di famiglie già disperate”, ha concluso Moorehead.

* Fonte: InfoPal

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mercoledì 16 maggio 2018

SCATENERANNO L'INFERNO di Piemme

[ 16 maggio 2018 ]

La percezione che  Salvini e Di Maio abbiano imboccato la via per chiudere l'accordo, peggio ancora, che alla sua base ci sia lo schema diffuso ieri sera, ha seminato il panico nei circoli della classe dominante.

Prima le tre pesanti minacce venute da Bruxelles  (il vicepresidente della Commissione UE Valdis Dombrovskis, poi l'altro vicepresidente della Commissione Europea Jyrki Katainen, infine il commissario Dimitris Avramopoulos) per cui a Roma non è permesso sgarrare — il debito dovrà scendere di 2,8 punti percentuali di Pil. Giù anche il deficit per lo 0,6% del Pil. 
Quindi a ruota si è scatenata la campagna di aggressione. 
  
Pennivendoli, intellettuali mezze tacche, intossicatori seriali dell'opinione pubblica, economisti da strapazzo: tutti — con toni spocchiosi per nascondere la loro collera — a dare addosso a Salvini e Di Maio. Obbiettivo: spaventare non solo i cittadini ma gli artefici dell'eventuale governo giallo-verde.
Una sceneggiata indegna, da Paese delle banane.

Hanno visto giusto, i nostri compagni, quando un mese fa, nel dare un titolo all'incontro che si svolgerà domani a Roma si sono decisi per "VINCERE LA PAURA".

I feldmarescialli euro-tedeschi, in combutta con gli squali della finanza globale, spalleggiati dalle guide indiane e dai Gaulaiter italioti hanno infatti già iniziato la campagna della paura.
Nella grafica sotto abbiamo ricomposto un piccolo collage che dà la misura della campagna di paura scattata già questa mattina. Tutti, ha praticamente coinvolto tutti gli organi di dis-informazione.

E sembra che abbiamo visto giusto, contro grilli parlanti, sinistrati e gufi d'ogni sorta, nel comprendere per primi la portata enorme della partita che si è aperta col 4 marzo. Eravamo nel giusto, immediatamente dopo il 4 marzo, ad augurarci un governo giallo-verde.


La campagna di paura è solo l'antipasto. Il peggio deve ancora venire. Lorsignori, usando Mattarella, tenteranno di uccidere nella culla il tentativo di un governo dei "populisti antieuropei". Nel caso non vi riuscissero, nei prossimi mesi, forse già nelle prossime settimane, scateneranno l'inferno. Il precedente del 2011 è noto. Noto è l'assedio a cui sottomisero la Grecia.

Giorni addietro scrivevo Non fate come Tsipras.

Questa è e sarà la questione decisiva. Sotto l'assalto e le imboscate spietate delle mafie eurocratiche il governo giallo-verde saprà resistere o cadrà in ginocchio nell'ignominia?

Come patrioti speriamo che non capitolerà poiché, come si è visto in Grecia, ciò rappresenterebbe una sconfitta letale per il Paese, per il popolo lavoratore. Sarebbe un'umiliazione nazionale, un colpo mortale alla spinta al cambiamento e alla battaglia per la sovranità.

E qui non è solo questione di fare scongiuri, né auspici disinteressati. Ognuno, nei prossimi mesi, dovrà decidere da che parte stare ed impegnarsi in prima persona, mobilitarsi contro l'aggressione esterna. Se abbiamo una speranza è che Lega e M5S capiscano che sotto assedio c'è una sola possibilità di non essere fatti a pezzi, mobilitare il popolo, difendere il governo sovrano con una sollevazione generale.

Altrimenti tutto sarà perduto.







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GIALLO-VERDI E MONETA SOVRANA di Eros Cococcetta

[ 16 maggio 2018 ]

Il sempre silenzioso Presidente Mattarella ha parlato: i trattati UE e l’euro non si toccano.
Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri (art. 92 Cost.). Ma "nominare" non vuol dire scegliere e poi nominare, vuol dire nominare e basta. E' la maggioranza parlamentare che ha vinto le elezione (che ha la necessaria investitura del "popolo sovrano") che sceglie il premier e i ministri. Il Capo dello Stato si può rifiutare di firmare la nomina? Direi proprio di no. Se il premier scelto e i ministri proposti sono incensurati come può il Capo dello Stato rifiutarsi? Non è richiesto neppure che siano laureati. Tuttavia se il Capo dello Stato dovesse rifiutarsi per motivi politici ci sarebbe uno scontro istituzionale gravissimo e, secondo me, valutabile anche ex art. 90 (alto tradimento o attentato alla Costituzione). E' anche chiaro che Salvini e Di Maio, alla prima esperienza di governo, cercheranno di evitare un tale scontro e i nomi saranno concordati.

Ma il sempre silenzioso Mattarella questa volta si è pronunciato: no a governi anti euro e anti trattati, alla faccia del voto del 4 marzo e dell'interesse nazionale. Il problema è che mentre la Lega si è pronunciata in modo chiaro contro l'euro e i trattati (Salvini, Bagnai e Borghi), il dubbioso Di Maio prima del voto si è pronunciato chiaramente sia a favore dell'euro che dei trattati. Intanto il leader pentastellato dovrebbe riflettere sul fatto che è l'attuale governance europea ad essere contro l'Europa e i popoli europei (ma il discorso qui sarebbe troppo lungo). In breve possiamo dire che la modifica dei trattati UE e il superamento dell'euro è una questione di interesse nazionale e, quindi, tutti i partiti, di destra, di centro o di sinistra, dovrebbero in teoria essere favorevoli a questo recupero di sovranità, assolutamente fondamentale per il futuro del nostro Paese.

E risulta paradossale che la destra sia sovranista mentre la sinistra parlamentare (che di sinistra non ha più nulla) da più di 20 anni ha rinunciato a difendere i lavoratori, aumentando il precariato e schierandosi in modo sempre più smaccato con le imprese e le banche. 
Peraltro non sarebbe neppure necessario uscire subito dall'euro. Quello che è fondamentale è l'introduzione di una moneta nazionale sovrana valida sul territorio nazionale, cosa fattibile ex art. 128 TFUE (QUI e QUI) che vieta agli Stati di emettere monete valide in ambito UE ma nulla vieta che uno Stato emetta una moneta valida nell’ambito del territorio nazionale (ognuno è padrone a casa sua). La Lega per iniziare cautamente pensa ai mini-bot. La nuova moneta sovrana consentirebbe allo Stato di finanziare in deficit (come diceva il grande Keynes) i servizi pubblici, di pagare i debiti verso imprese e cittadini e, in sostanza, di rilanciare l’occupazione e l’economia nazionale. 

Ma anche la moneta sovrana non basterebbe, perché i trattati UE e l’attuale art. 81 Cost. bloccherebbero qualsiasi tentativo di effettuare spesa in deficit. Senza dubbio i neoliberisti l’hanno studiata bene: prima ci hanno tolto la moneta (più esattamente i nostri politici incapaci o corrotti se la sono fatta togliere) e poi hanno creato un sistema di regole congegnate in modo da bloccare il più possibile la spesa pubblica, a tutto vantaggio delle multinazionali e della grande finanza che possono scorrazzare indisturbate e acquisire beni, aziende e servizi pubblici a prezzi di saldo. Quindi le due cose, introduzione della moneta sovrana e modifica dei trattati, dovrebbero necessariamente procedere di pari passo. 

Anche perché, diciamolo chiaramente, se il nascente governo giallo-verde (ammesso che vedrà la luce) non farà nulla sul fronte della moneta sovrana, della modifica dei trattati e dell’art. 81, non avrà i fondi per realizzare quasi nulla di quanto annunciato in campagna elettorale: abolizione della legge Fornero, reddito di cittadinanza, flat tax, sostegno alle famiglie, più fondi per infrastrutture, sanità, scuola e i servizi pubblici in generale. In questo caso Lega e 5 stelle farebbero la figura dei quaquaraquà con gli elettori e sicuramente alle prossime elezioni sarebbero puniti pesantemente. 

In sostanza i due partiti vincenti alle scorse elezioni non hanno scampo: o si scontrano con i difensori del neoliberismo, in casa e in Europa, oppure sono destinati a una pesante figuraccia e a un notevole ridimensionamento elettorale. 

Staremo a vedere se questo governo nascerà, cosa che al momento sembra alquanto difficile.

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